Un Airone (veramente due) a Chicago (di Giacomo Licata)




“Se desideri vincere qualcosa puoi correre i 100 metri. Se vuoi goderti una vera esperienza corri una maratona”, così diceva Emil Zátopek soprannominato la locomotiva umana, maratoneta cecoslovacco e campione olimpico dei primi anni ‘50. E che esperienza la mia ultima maratona in ordine cronologico! Iniziamo dal principio.

Un anno fa mi iscrissi al sorteggio per la Chicago Marathon convinto che non sarei mai stato preso, così com’è accaduto negli ultimi anni dopo essermi iscritto a varie maratone internazionali. Invece la fortuna fu dalla mia parte: ero uno dei 56.000 maratoneti ad essere in possesso del pettorale per la maratona di Chicago che si sarebbe tenuta il 13 ottobre 2019.

La cosa mi prese un po’ di sorpresa e, per qualche settimana, accantonai il pensiero di andare negli USA (anche perché mia moglie non aveva questa volta intenzione di fare da spalla, intimorita dal lungo viaggio aereo). Mi trovai a parlare della cosa con un mio caro amico e compagno di allenamenti, che mi palesò la sua intenzione di voler fare questa esperienza con me, nel caso in cui fosse riuscito a trovare un pettorale attraverso l’interessamento di qualche agenzia specializzata nell’organizzare trasferte all’estero per le maratone. E così fu.

Lo stesso, molto esperiente in materia, si occupò e preoccupò di organizzare tutto il viaggio. Così, circa quattro mesi fa, iniziai la lunga ed estenuante preparazione per la maratona: mille chilometri di corsa tra lunghissimi, ripetute, medi, fatica, gioie e dolori. Arriviamo al punto. La Bank of America Chicago Marathon per me rappresentava la mia prima volta negli USA, la prima Major Marathon, un’altra occasione per migliorare il mio personale, vista l’altimetria favorevole del percorso.

La preparazione è andata avanti senza particolari problemi, tranne qualche sentore della mia cronica lombosciatalgia; questo fino a due settimane prima dell’evento, quando problemi di salute in famiglia hanno messo in dubbio la partenza e minato così la mia tenuta mentale. Ringraziando Dio, tutto si è risolto in modo abbastanza positivo appena il giorno prima della partenza, ma, nello stesso tempo, un principio di influenza con una leggera febbre è sopraggiunta come compagna di viaggio.

Partenza per Chicago giovedì 10 ottobre, quasi 11 ore di viaggio e 8.000 km separano l’Italia dall’Illinois. Tutto fila liscio e mi ritrovo in una città straordinariamente bella, pulita e ordinata, fatta di grattacieli progettati dai più famosi architetti europei del 1900, canali che si diramano dal grande lago Michigan e distese immense di villette residenziali immerse nel verde.

Il tempo di andare all’Expo per ritirare il pettorale, girare un po’ e mi ritrovo alla domenica della gara. Giornata soleggiata ma molto fredda (4 gradi alla partenza), migliaia di corridori in movimento, milioni di persone ad assistere (esattamente 1.700.000), 22.000 assistenti volontari, un’organizzazione impeccabile. La tensione sale, lo stress dei giorni precedenti si fa sentire, il pensiero di non arrivare al traguardo è ricorrente (quando sarei potuto tornare a Chicago???).

Alle 08:05 parte il gruppo dove sono stato inserito. Inizio a correre e le gambe sembrano quelle di un burattino, il freddo mi attanaglia nonostante abbia una maglia sotto la canotta della nostra associazione, i manicotti, i guanti e una bandana sulla testa. Il GPS tra i grattacieli va subito in tilt e questo mi fa andare nel panico, comunque continuo a correre grazie anche al sostegno del mio compagno di corsa. Mentalmente ero partito con l’obiettivo di centrare un 3h38’ circa, ma al 10* km mi trovo già in ritardo, addirittura sopra le 3h40’!!!

Decido di non dare più retta al cronometro e godermi la gara, il grande tifo e la città (cavolo che freddo però!). I chilometri scorrono: sono già a metà percorso, faccio nuovamente due calcoli, l’agonismo con me stesso è troppo forte, e mi ritrovo con una proiezione di 3h43’. Vaff***!!!

Continuo a correre tra musica, incitazione del pubblico, assistenti di gara che mi porgono acqua e sali minerali, migliaia di altri runners ognuno impegnato con la propria sfida… e sono già al 30* km. Qui inizia la maratona. Le gambe sono stanche ma sembrano girare meglio dell’inizio gara, provo ad alzare un pochino il ritmo senza esagerare per la paura di incontrare il fatidico “muro del maratoneta”, cioè quella stanchezza che compare tra i 30 e 35 km e che non ti permette più di andare avanti.

35* km, il cronometro segna 3h06’, il cervello elabora che se riesco a tenere il ritmo di 5’ al km posso ancora battere il mio record di 3h42 ottenuto a Valencia nel 2018. Prendo un gel e uno shot energetico e mi butto a testa bassa, spingo al massimo possibile, prendo l’acqua ai ristori senza rallentare, non guardo più i maratoneti fermi ai bordi della strada in preda ai crampi, alle crisi o addirittura che vomitano per lo sforzo.

Ultimi chilometri, vento contrario, una piccola salita che sembra una parete, un paio di curve e finalmente vedo lontano l’arco che segna l’arrivo. Stringo i denti, scanso chi cammina, mi lascio trasportare dalle urla del pubblico e dalla musica ad alto volume e finalmente taglio il traguardo.

Un sacrificato 3:41:38 che per molti può significare nulla ma che per me vale più di un personal best.

Per me significa aver battuto nuovamente le mie ansie, le paure; aver portato a casa la mia ottava maratona consecutiva, non aver deluso le mie figlie. Per me vale veramente tanto! Adesso posso godermi le ultime ore a Chicago e non mi resta che tornare tra le braccia della mia famiglia. Voglio ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita di questa magnifica esperienza, mia moglie e le mie figlie per il sostegno morale, tutto il resto della famiglia, il mio coach Antonio De Francesco, il mio mentore Calogero Castronovo, il mio fisioterapista Michele Pellitteri e soprattutto il mio compagno di avventura Enrico Faraci (sì, proprio lui che non ama essere sui social) che ha concluso la maratona con un ottimo 3:44:18 e PB anche per lui. Che esperienza!

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