In memoria di Pietro Capodici (di Mario Mallia)

È morto Pietro Capodici. Tra i castelterminesi è assai probabile che i giovani non lo abbiano conosciuto e ciò deriva dal fatto che Capodici da quasi sessant’anni viveva a Palermo, dove si era trasferito con la sua famiglia per risiedere nella città capoluogo dalla quale diresse la categoria  dei minatori siciliani della CGIL dal 1958 al 1968, nei primi anni di questo decennio   guidata da Pio La Torre con il quale instaurò un rapporto di stretta collaborazione.

La storia politica e sindacale di Capodici è legata a quel periodo che storicamente si può definire come “un’epopea” del popolo siciliano che parte dalla caduta del fascismo e attraversando gli anni cinquanta ha lambito anche i primi anni sessanta.

All’indomani della caduta di Mussolini, a Casteltermini , come in tutta la Sicilia,  ripresero le lotte sociali, iniziate con il movimento dei fasci dei lavoratori siciliani e protrattesi fino ai primi anni venti, sulle quali  la dittatura aveva messo un tappo per soffocare ogni anelito di libertà e sopprimere le istanze di riscatto sociale del movimento operaio e contadino.

A Casteltermini la ripresa delle lotte sociali fu impetuosa ed ebbe come protagonisti i braccianti, i contadini poveri e i minatori i quali, uniti dalla fiera consapevolezza di appartenere a  una comune “classe sociale” e guidati dalle loro avanguardie, maturarono quella coscienza politica che fu alla base della loro capacità di mettere il proprio destino sociale nelle loro mani.

Pietro Capodici fu una di queste avanguardie che formarono e diressero l’organizzazione della Camera del Lavoro e i partiti della sinistra castelterminese.

A questo punto è doveroso ricordare anche i suoi compagni di lotta che ebbero un ruolo importante nella direzione delle lotte sociali di  quegli anni e che, come lui, svolsero un ruolo di dirigenti politici e sindacali in provincia di Agrigento. Mi riferisco a Giuseppe Palumbo e Nino Lo Bue con il quale fu sempre in perfetta sintonia.

Insieme con loro e tanti altri dirigenti locali socialisti e comunisti fu arrestato nel 1950 durante e a seguito dell’occupazione del feudo “Sinapa”.

Nei mesi della loro detenzione non smisero di studiare e riflettere insieme in improvvisati seminari organizzati all’interno del carcere dove il segretario della Federazione provinciale comunista Renda  si adoperava per rifornirli di quel poco denaro che raccoglieva per loro tra alcuni compagni della provincia   e, soprattutto, dei libri che costituivano il loro “cibo della mente” in un periodo nel quale lo studio era strettamente legato e attinente alla militanza politica.

Con Pietro ho avuto un intenso dialogo nel periodo in cui ho svolto il mio lavoro di ricerca su “Casteltermini nel dopoguerra” e manterrò per  sempre la gratitudine nei suoi confronti per essere stato una  delle testimonianze orali  più ricche di precisione.

L’ultima volta che ci siamo sentiti al telefono alla vigilia della presentazione del mio libro, al mio invito a partecipare rispose negativamente facendomi intendere che sarebbe stato meglio per lui conservare ancora le sue forze fisiche per impegni meno faticosi. Però non mancò di farmi una obiezione riguardo al fatto che mancava, nel mio libro, il riconoscimento  dell’alto valore politico di un intellettuale comunista castelterminese quale fu Paolo Lo Bue. Da come me ne parlò capii, in ritardo e fuori tempo massimo per inserirlo nella mia opera, il valore di Paolo Lo Bue e il fortissimo sentimento di amicizia  che li aveva strettamente legati. Questa fu per me l’ultima sua precisa testimonianza.

Ciao Pietro.

Mario Mallia

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