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Il grande tonfo elettorale del Pd. Renzi medita l’addio. Le minoranze pronte al dialogo con M5S

Redazione SikeliaNews 5 marzo 2018 1
Il grande tonfo elettorale del Pd. Renzi medita l’addio. Le minoranze pronte al dialogo con M5S








di Claudia Fusani, giornalista parlamentare per Tiscali

“E’ una sconfitta evidente e chiara. Il risultato è al di sotto delle aspettative. Ulteriori altre valutazioni le farà il segretario nelle prossime ore quando i risultati saranno un po’ più definitivi”. Sono le due e 45 minuti della mattina quando il vicesegretario del Pd Maurizio Martina scende in sala stampa al Nazareno. Accanto a lui Il Presidente del partito Matteo Orfini e il vicepresidente Roberto Guerini. Quattro ore di attesa per una dichiarazione di un minuto che prende atto di una sconfitta che nessuno osava immaginare. Le “ulteriori valutazioni” le farà Matteo Renzi, oggi, in mattinata, quando i dati saranno più assestati. E possono essere solo due: dimissioni o resistere. Più facile la prima, se sarà confermato il dato che precipita il Pd sotto il 20 per cento la soglia che era stata individuata per certificare la innegabile sconfitta. Il rischio, nella notte, è che la Lega possa addirittura raggiungere il Pd e confinarlo al terzo posto. Alle tre del mattino sono divisi da due punti scarsi di percentuale.

Al Nazareno c’è un’aria surreale. Renzi, che in un primo momento sembrava seguisse da Firenze le prime fasi dello spoglio, è invece arrivato nel suo ufficio a Roma in tempo per la chiusura dei seggi. “È un voto decisivo” ha ripetuto più volte in questa campagna. E, coerentemente, qualunque fosse il risultato, doveva essere presente in sede. Con lui il portavoce Marco Agnoletti, Matteo Richetti, Orfini, Guerini, Maurizio Martina, il tesoriere Bonifazi. Ma per tutta la sera, mentre dall’hotel Parco dei Principi arriva l’eco dei festeggiamenti e degli aut-aut dei Cinque Stelle, al secondo piano del Nazareno il rumore che prevale è quello dei generatori elettrici e delle apparecchiature delle varie dirette TV.

Comincia con le prime proiezioni uno smottamento lento e progressivo rispetto ai sondaggi che comunque davano il Pd saldamente sopra il 20 per cento. I dati e le percentuali disegnano, col passare delle ore, un paese in mano al Movimento cinque stelle e alla Lega. Alle forze populiste, sovraniste, antieuropee. Se credono, se vogliono, Salvini e Di Maio hanno la maggioranza dei seggi. I dati raccontano il crollo della sinistra moderata ma anche quello delle sinistra più radicale assestata tra il 3 e il 4 per cento. Poi ci sarà il tempo di ragionare sulla scissione e su due anni di cannoneggiamento da sinistra sul segretario e sulle politiche del Pd. Quelli saranno conti che verranno regolati dopo. Di certo non passa Massimo D’Alema e in Parlamento  entreranno una dozzina di deputati e altrettanti senatori. Un risultato disastroso che certifica, come minimo, il fallimento della leadership di Piero Grasso. Non scatta il seggio neppure per Massimo D’Alema.

Renzi resta chiuso nel suo ufficio. Nella sala stampa del Nazareno dove i giornalisti restano a secco di dichiarazioni, si può solo ragionare anonimamente con chi arriva dalla zona uffici. Considerazioni, frammenti di ragionamenti: “Cinque Stelle e Lega hanno la maggioranza, dunque, se vogliono il governo c’è già”; “hanno vinto Putin, Le Pen, i populisti e gli anti europeisti”;  “è crollato Berlusconi e anche la quarta gamba, i cosiddetti centristi, non contano  più nulla”; “hanno dato un calcio al sistema, al nord per via degli immigrati, al sud con il miraggio del reddito di cittadinanza che è stato una macchina di consenso”.

I giochi si faranno soltanto avendo davanti il numero degli eletti al Senato e alla Camera, cioè nella mattinata. Solo allora il segretario del partito parlerà. Comunicherà le sue decisioni. “Più delle percentuali contano i collegi” era il mantra ancora sabato sera. Le proiezioni degli scrutini alle tre e mezzo del mattino danno al M5s 216/236 seggi alla Camera; 122/132 alla Lega; 103/113 al Pd; 94/104 a Forza Italia; 24/34 a Fratelli d’Italia; 11/21 a Liberi e Uguali. Accorpando le coalizioni, alla stessa ora, i risultati danno 241/261 seggi al centrodestra; 216/236 ai Cinque Stelle; 107/127 al Pd; 11/21 a LeU. Il Pd terzo dopo 5Stelle e Lega. Quante volte, una questi anni, era stata prevista questa fotografia?

Il processo interno è già partito. Bisogna solo metterlo in fila e renderlo pubblico. Ma sarebbe troppo facile oltre che sbagliato dare la colpa di tutto ciò solo a Renzi. È probabile che prevalga, nelle prossime ore, la voglia di scaricare tutto sull’ex sindaco di Firenze. Ma che chance di leadership potrebbero avere Orlando, Emiliano o lo stesso Franceschini?

Chiederanno la testa di Renzi. Anzi, l’hanno già chiesta. Adesso gli avversari la vogliono servita sul piatto. L’elettorato del Pd sembra essersi rimpicciolito, anche al netto della scissione. Si pagano gli anni di governo, nonostante i dati del Pil positivi e tutti i risultati elencati allo sfinimento in campagna elettorale. Paolo Gentiloni segue lo spoglio da Palazzo Chigi. I “big” non-renziani del partito non si vedono al Nazareno. Non ci sono i ministri Graziano Delrio e Dario Franceschini, non ci sono i leader della minoranza Andrea Orlando e Michele Emiliano. Tra gli orlandiani c’è chi spinge perché sia inoltrata al segretario la richiesta di dimissioni.

Ma ora, in una fase cosi difficile, c’è da gestire la partita del governo, dove gli altri daranno le carte. Perciò c’è chi, anche nella minoranza del partito, invoca piuttosto una gestione collegiale. Dalla minoranza, fermamente contraria a ipotesi di larghe intese, potrebbe levarsi nelle prossime ore anche la richiesta di andare a “vedere” sul serio le carte dei Cinque stelle. Emiliano ha già apparecchiato la tavola più volte in questa direzione. Un governo con i grillini e gli ex compagni di LeU potrebbe essere anche un viatico per la ricostruzione dell’unità a sinistra, quel “nuovo partito a sinistra” che Grasso e poi Fratoianni, Civati e Speranza hanno annunciato sarebbe nato il 5 marzo. Scommettendo sulla disfatta del Pd. Ma certamente su un risultato migliore di LeU che non è arrivato e infatti si scioglierà oggi.

Renzi è contrario a questa ipotesi e su questo non sembra aver cambiato idea. Certo, le cose potrebbero cambiare, se tra qualche ora non fosse più lui il segretario. Nei corridoi del Nazareno si fa strada anche un’altra ipotesi, assai remota a dire la verità: in questo 18-19-20 per cento, o quello che sarà, c’è una grossa fetta di fedelissimi a Matteo Renzi. Che però a questo punto è incompatibile con il resto della sinistra, dentro e fuori il Pd. Un partito dell’ex premier? Tra qualche ora sarà tutto più chiaro.

Un commento »

  1. Enzo 5 marzo 2018 alle 19:46 -

    Da nord a sud il 50% dei votanti a detto BASTAAAAA…
    E se a questo aggiungiamo il dato degli astenuti sommando i voti del M5s e quelli della lega siamo a più del 70%….TUTTO CIÒ È SCONVOLGENTE….

    BASTAAAAA…AD UNA SINISTRA CON IL SUO LEADER ARROGANTE…

    BASTAAAAA A FORZA ITALIA CON IL SUO LEADER
    CHE DOPO VENT’ANNI VOLEVA RIFILARCI IL SOLITO CONTRATTO FIRMATO….

    Il resto lo ha fatto questa nuova legge elettorale un pastrocchio politico all’italiana.

    Loro invece hanno la faccia tosta di chiamarlo populismo….denigrando gli elettori…che hanno deciso per il CAMBIAMENTO.

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