TRA SOGNI E REALTÀ: MATURITÀ AI TEMPI DEL COVID19

Articolo di Valeria Bonaccolta

Mi presento, sono Valeria Bonaccolta e frequento il quinto anno delle superiori, o meglio, lo frequentavo fino a qualche giorno fa.

Quando spesso mi si viene chiesto: “cosa significa diplomarsi ai tempi del coronavirus?” mi limito ad accennare alle videolezioni, all’esame orale con la mascherina e la distanza di due metri. Soffermandomi a pensare in questi mesi, ho potuto però constatare molto altro, che enunciare a parole è spesso un’impresa ardua.

Diplomarsi nel 2020 è stata una grande presa di coscienza per noi ragazzi, è stato un salto cieco nel buio che ci ha permesso di confrontarci con una realtà, purtroppo difficile da accettare.

Ai primi annunci del telegiornale della chiusura delle scuole, è innegabile come la felicità di noi maturandi abbia preso il sopravvento, ma più passavano i giorni, più prendevamo consapevolezza della criticità della situazione venutasi a creare. Vedere i volti dei nostri compagni attraverso una videocamera, credo sia stato qualcosa che ci ha coinvolti per la prima volta, in una situazione totalmente estranea. Non è stato solo un doversi adattare a nuovi metodi di insegnamento, era affrontare un mondo fatto di insicurezze, di paure, del timore di non ricevere mai più un abbraccio da coloro che hanno coinvolto 5 anni della propria vita. È stato abbandonare coloro che seduti dietro una cattedra, dimostravano il loro impegno nella nostra crescita.

Quella distanza che ci ha separato per mesi, è stato un solco invalicabile tra i tasselli della nostra tanto attesa “maturità”.

Il periodo del lockdown é stato smarrimento, incognite, ma una rinascita inaspettata.

Mentre le case si riempivano di schermi accessi, nutrivamo una nuova visione della realtà: la mancanza delle piccolezze, dei momenti passati in classe ad attendere l’arrivo di un professore, la ricreazione. Poi vi era chi, nonostante tutto, in videolezione mutava i nostri visi incerti con un sorriso chiedendo: “Prof, scusi per il ritardo, ma c’era traffico”.

I ricordi son stati la parte più difficile da accettare: sarebbero rimasti incastrati soltanto nel passato, con la certezza di non riviverli più, poiché a mesi avremmo detto addio alla scuola, alle lezioni e all’ansia delle interrogazioni e dei compiti in classe.

Chi sperava di migrare fuori dalla Sicilia dopo la maturità, si è visto combattere in una dura battaglia fra i sogni e la realtà. Chi aveva soltanto pianificato il proprio futuro, vedeva i propri progetti, sfiancati da una grande tempesta.

Molti ragazzi in Italia hanno sofferto la perdita di un sogno, altri la perdita di un proprio caro, altri ancora vivevano la preoccupazione dei familiari al Nord. Eppure, chi avrebbe mai pensato che la tecnologia avrebbe permesso a tanti ragazzi di continuare a perseguire il cammino dell’istruzione?

Si vocifera siamo rimasti nella storia, come coloro che hanno conseguito la “maturità 2020, l’anno della pandemia”, una maturità senza notte prima degli esami, senza compiti sbirciati dal banco accanto, dagli incontri fra amici in videochiamate per sentirsi meno soli.

Forse anche per noi é una “vittoria mutilata”, ma pur sempre una vittoria che porteremo immutabile nel tempo, permettendoci di cambiare, stravolgerci e finalmente maturare. Perché, non è forse questa la vera “maturità”? Ritrovarsi maestosamente piccoli, in un mondo fatto da “grandi”, da grandi incertezze e paure, per poi urlare vittoria dopo una lunga battaglia, vinta di certo da noi maturandi, ma soprattutto dagli eroi dei nostri giorni: medici e infermieri, che non sono altro che una buona parte dei maturandi del domani.

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