Dalla parte di D.

La protesta di docenti, ata, studenti e genitori, contro il ddl “la buona scuola”, si è arricchita, corredata e talvolta, erroneamente, contaminata con le annose critiche avanzate verso le prove INVALSI. Tutti, anche i non addetti ai lavori, sanno cosa siano e quanta ansia creino in alunni docenti e genitori.

L’iniziativa di boicottare le prove da parte di genitori della primaria e di studenti della secondaria superiore, ha causato tante polemiche e interventi anche autorevoli in merito.

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Tra le varie opinioni quella dello scrittore-insegnante  Alessandro D’Avenia che punta il dito contro le proteste e le critiche all’INVALSI, adducendo come motivazione alle sue posizioni, la necessità degli studenti italiani di misurarsi con una tipologia di test ai quali dovranno fare fronte nel futuro come il resto degli studenti europei. D’Avenia dà inoltre  per scontato che dietro il boicottaggio ci sia la manipolazione dei docenti (“…squalifichiamo tutto con un gesto che rende gli studenti pedine di un malcontento che riguarda noi ed è da sostenere in altre sedi.”) .

Io non so in che scuola insegni il professor D’Avenia. Per chi opera nelle scuole dell’obbligo, per chi opera negli istituti “a rischio”, nelle periferie delle città e in quelle sociali, nel disagio e nella deprivazione economica, affettiva e culturale, le prove INVALSI sono un incubo. Il tam tam mediatico vuole i docenti preoccupati dall’eventuale valutazione del loro lavoro o infastiditi dal dover restare un pomeriggio in più a scuola per la correzione dei test.

 La verità è che il test INVALSI  crea ansia nell’insegnante per gli ostacoli, che i suoi alunni non sono in grado di superare perché non ne hanno gli strumenti. Si sta in ansia per le difficoltà dell’alunno straniero, anche se nato in Italia per quelle dell’alunno italiano che parla esclusivamente il dialetto, per  l’alunno con difficoltà non certificate, perché la famiglia non si cura di questo aspetto della sua vita e per tutti quegli alunni che chi apprezza i test INVALSI non ha mai incontrato, non ha mai guardato negli occhi né quando chiedevano aiuto né quando gioivano per un progresso, benché minimo.

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Andate su google e digitate “quesito di gradimento prove invalsi”, aprite il fascicolo e provate a leggere le domande con gli occhi di D., prima classe della secondaria di primo grado, mio alunno di qualche anno fa. D. , in prima media leggeva e scriveva a stento. D. non sapeva cosa significasse la parola “cielo”, non solo perché non parlava italiano ma solo il dialetto, ma anche perché nessuno, nella sua breve vita, glielo aveva mostrato. D. aveva tanti fratelli e una famiglia poverissima, spesso eravamo noi docenti a comprargli la merenda e a portare qualcosa di nuovo da indossare. D. non aveva penne e quaderni, li trovava a scuola.

Adesso nei panni di D. provate a rispondere, non dico ai test di Italiano e Matematica, ma al questionario di gradimento, a domande del tipo “quanti libri ci sono a casa tua? Cosa fai nel tempo libero? Hai il pc nella tua stanza? A casa tua ci sono: a) un posto tranquillo in cui studiare, b) enciclopedie, c) un allarme antifurto (sic!)… scaricate il documento e provate a sentire l’ansia che sale.

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Siamo alle soglie degli esami di Stato della terza media, i test invalsi hanno ora un peso nella valutazione degli alunni, il voto fa media! Questi ragazzi sono stati allenati a queste prove e molti tra loro le affrontano, ma gli interventi didattici per D., e per chi vive un disagio di qualsiasi genere, sono stati individualizzati in un’ottica inclusiva. Sono state progettate attività e contenuti che non escludano nessuno e che siano affrontabili a diversi livelli. E’ questa la stella polare del docente nella scuola dell’obbligo: nessuno escluso. Quindi se l’INVALSI  è il futuro, sono convinta nel mio  appoggio agli studenti, alle famiglie e ai docenti che vanno “in direzione ostinata e contraria”.

 Io sto dalla parte di D.

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