Tutto il giallo dell’estate… (di Carmela De Marco)

Tutto era giallo. La campagna, i girasoli, il sole, il fieno, il riverbero del sole sui capelli di noi bambini. Era giallo pure l’umore. Tutto sprizzava leggerezza, serenità e voglia di ridere. E ci si accontentava di poco, di pochissimo.

Nella campagna di mio nonno c’era l’aria pulita e fresca e d’estate non si soffriva il caldo. E di notte si dormiva con le coperte. Di fronte la casa c’erano due alberi di mandorlo enormi, e su quegli alberi, immensi e maestosi, era stata improvvisata una semplice altalena, costituita da una corda legata ai tronchi dei due alberi. Sopra la corda, un cuscino rendeva riposante la seduta, e noi cugini facevamo a gara per fare le “vulate”. Erano “vulate” gestite sempre da qualcuno che, a turno, spingeva la corda, a volte così forte da fare arrivare in alto, troppo in alto. In quella campagna, c’era anche un mandorlo denominato “mandorlo lagnusu”, perché non produceva frutti, i cosiddetti “minnuli”. Da quella casa, tutta di pietra, e costruita in una posizione strategica, si intravedeva il paese da un lato, e tutta la vallata dall’altro. Al piano terra c’era la stalla, con le galline, qualche coniglio e un cavallo. Le capre non “alloggiavano” in quella campagna, però ogni tanto passavano da quelle parti e manifestavano sempre un atteggiamento ribelle e autonomo, in evidente contrasto con l’atteggiamento delle pecore che venivano portate in quei luoghi. Dalla stalla proveniva sempre un odore fortissimo e accanto ad essa si trovava l’alloggio dei “mitatera”, cioè della famiglia di chi si curava del terreno, della semina e del raccolto.

La famiglia dei “mitatera” aveva dei bambini con cui giocavo sempre. Grazie a loro ho imparato ad apprezzare il sapore del “pane e tumazzo”, o del pane con le olive o con i pomodori. I cibi semplici avevano un sapore ed un gusto che oggi è molto raro ritrovare in qualunque alimento. Il “tumazzo” era freschissimo, il pane appena sfornato, i pomodori appena colti e le olive erano squisite. Mi piaceva tanto mangiare quelle olive così buone, e ricordo che ne mangiavo in gran quantità. Poi, disponevo gli ossi delle olive in fila, come tanti soldatini. Mia madre si accorgeva della quantità di olive divorate da me dai resti, alias soldatini, messi in fila e mi rimproverava: tutte quelle olive mi avrebbero fatto venire mal di pancia! Ma a me non era capitato mai di avere mal di pancia per questo. Grazie ai “mitatera” e ai loro bambini, miei compagni di giochi, ho imparato ad apprezzare il valore della semplicità, e quanto di prezioso ci sia in essa. Nella campagna di mio nonno, su un terrazzo al primo piano, a volte si pranzava e ricordo dei giorni in cui a tavola eravamo in tantissimi. L’acqua fresca del “ bummuliddu” e le gazzose erano le bevande più buone e ogni tanto, ma raramente, sulla tavola c’era qualche bottiglia di aranciata. E poi c’era sempre il vino “di casa”, bianco o rosso. Noi cugini giocavamo con i bambini figli dei mitatera, con cui, a volte, perlustravamo il territorio, alla ricerca di nuove avventure, di lucertole, di uccellini, di formiche. Camminare per la campagna estiva era sempre un’avventura, ma bisognava stare attenti, perché poco distante dalla casa c’era un pozzo nascosto e poco visibile.

Tutto era giallo nella campagna estiva, anche quei covoni di grano collocati poco distante dalla casa, in cima a una collinetta. Ed era gialla la gioia che l’estate metteva negli occhi di noi bambini, dentro cui si rifletteva l’immensità dei nostri desideri. Tutto era giallo: le margherite, i campi, i fiori e anche i giochi, gli scherzi, i limoni con cui si preparava la granita. Per noi, che abitavamo in un paese di collina, era gialla anche la voglia di sognare di andare al mare. Andare al mare, per noi, rappresentava infatti il più grande desiderio. Anche se quel luogo tutto giallo, un po’ arido, ma pieno di ulivi , di mandorli e di alberi di fichi, era un luogo in cui si stava bene. Immensamente bene. Era giallo il sole, che durante il tramonto diventava color arancio, il sole che allora mi sembrava scontato. Cioè, non mi soffermavo mai sulle albe o sui tramonti. Solo diversi anni dopo ho imparato ad apprezzare albe e tramonti, e a considerarli come dei piccoli miracoli. Erano periodi in cui pensavo che, oltre al giallo e a tutta quella positività, non esistessero altri colori. Poi, sono arrivati altri colori, altre stagioni, altre atmosfere. Ma nei luoghi della memoria, tutta quella serenità, tutta quella gioia inconsapevole, tutto quel giallo e i suoi riflessi, dal pallido giallo ocra all’arancione intenso, in fondo al cuore, sono rimasti invariati. Tutto quel giallo a volte non si fa vedere. Ma io so che c’è. Che c’è stato.

Come un fiore da proteggere, il giallo che c’è dentro e fuori di noi bisogna imparare a curarlo, a tutelarlo da ogni rischio. Bisogno avere occhi che sanno vedere per riuscire ad osservarlo e pensieri pronti ad intercettarlo, per pensarlo e per viverlo. Bisogna fare in modo che la bella stagione, con tutte le varianti del giallo, sia preservata, in ogni modo e ad ogni costo. Basta comprenderlo. E fare in modo che sia così…

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