Sapessi come è strano ascoltare del jazz a Milano (Parte 1 – Banchi di nebbia)

In apertura di articolo è doveroso da parte mia un sentito ringraziamento al giornalista Giorgio Terruzzi (storico volto della Formula Uno targata Mediaset) per avermi concesso un po’ del suo tempo per una per me – e spero anche per lui! – piacevole chiacchierata; per la sua memoria storica sul jazz a Milano e per avermi dato un paio di contatti “giusti” fondamentali per la seconda parte di questo articolo.                              

 

Banchi di Nebbia

 

Non è un luogo comune che sfata il precedente che conteneva comunque quel fondo di verità, ma nella “dear old Milan” non c’è più la nebbia di una volta, signora mia. A confermare ciò è l’ISAC-Cnr (Istituto di Scienza dell’Atmosfera e del Clima-Consiglio Nazionale delle Ricerche) di Bologna, dopo uno studio coordinato dal ricercatore Sandro Fuzzi e la cui relazione finale è stata resa nota nel novembre scorso. Il coro tifoso-campanilistico “solo la nebbia, c’avete solo la nebbia!” perderebbe così il suo valore storico, mentre dal punto di vista scientifico parrebbe una notizia da salutare positivamente, poiché la <<concentrazione di inquinanti nelle goccioline di nebbia>> si ridurrebbe di circa l’80%.

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Che nebbia, invece, lei che c’era sciura mia, sarà calata in quella Milano dell’ottobre 1936, allorché il giovane Arrigo Polillo (1919-1984) da Pavullo nel Frignano (MO) pagò cinque lire per entrare nel mondo del jazz: <<Tanto costava il biglietto d’ingresso – scrive Polillo nel suo “Stasera Jazz” – a uno dei concerti organizzati, ogni mese, dal Circolo del Jazz Hot a Milano. Nell’ottobre 1936, per un ragazzo di diciassette anni quale io ero, quelle cinque lire d’argento erano piuttosto pesanti, ma le pagai volentieri. Non so perché, qualcosa mi diceva che stavo compiendo un dovere. Di fatto, dopo quella sera mi considerai una specie di militante.>>.

 

Le cinque lire di Polillo conducono ad una curiosa digressione jazzistico-monetaria: parlando con Giorgio Terruzzi, egli ha estratto dal cilindro dei ricordi la figura del milanese Pippo Starnazza (1909-1975), uno dei pionieri del jazz italiano oltre che apprezzato caratterista cinematografico. In “Milano Odia: La Polizia non può Sparare” di Umberto Lenzi (1974), pietra miliare del noir-poliziottesco all’italiana, Starnazza (nome d’arte di Luigi Radaelli) veste i panni di uno stralunato vecchio rigattiere (“Papà”) dal fortissimo accento meneghino che traffica con le armi da “affittare” a bande di criminali.

<<La “Mamma” – dice Papà al criminale Giulio Sacchi (un efferato Tomas Milian da Oscar) – non ci sta più, ma ai bei tempi che Mina! In piassa del Dòm alzava dieci lire a marchetta, quando tutta l’Italia cantava “se potessi avere mille lire al meseee”; e allora ne avevo di soldoni…>>

<<…E de corna>>; caustica e sospirante rispondeva la Mamma dal retrobottega

<<La mia Mina me le portava in un giorno, mille lirette!”; concludeva Papà

“Mille Lire al Mese” è appunto un famoso motivetto – ancora oggi piuttosto famoso – portato al successo da Gilberto Mazzi nel 1939. Era quell’Italia lì, e a Milano c’erano la lira e la nebbia. E, che si metta a verbale, il 26 ottobre nasceva Beppe Viola.

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Quanto ad Arrigo Polillo, da quel 1936 dedicò, da protagonista, quasi cinquant’anni di “militanza” alla causa del jazz, ricevendo da Gian Carlo Testoni, alla morte di quest’ultimo nel 1965, il naturale testimone di direttore di “Musica Jazz” che egli stesso, Polillo, aveva contribuito a far nascere nel 1945. Divenuto già da qualche anno direttore del mensile (siamo alla fine degli anni ’60), non ci è dato sapere in quale località del Bel paese si trovasse (l’episodio viene riportato nel libro “Jazz Inchiesta Italia” del sociologo Enrico Cogno)  quel giorno in compagnia dell’impresario italo-tedesco Gigi Campi, quando quest’ultimo, evidentemente abituato alle rigide atmosfere germaniche, lanciava questa provocazione: <<Ma come si fa a fare del jazz con un clima come questo? Per fare del jazz – non ricordo esattamente le parole, ma il senso era questo, dice Polillo N.d.A. – bisogna essere infelici, vivere in qualche grande, brutta e fredda città come quelle nostre in Germania, come quelle svedesi, e come naturalmente, New York e Chicago.>> .

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A prescindere dal giudizio estetico (?) su talune città, il paradosso “climatico” era stato – inconsapevolmente – servito a Campi qualche anno prima dal colosso cinematografico MGM, che nel 1964 portava nelle sale la leggera commediola musicale “Get Yourself  a College Girl”, con il cameo “stridente” di Astrud Gilberto (deliziosamente gatta morta) alle prese con “Garota de Ipanema” e coadiuvata da Stan Getz (deliziosamente marpione) al sassofono e da un giovanissimo (deliziosamente occhialuto nerd) Gary Burton al vibrafono. Perché stridente? Accantonate le suggestioni da spiaggia assolata carioca della canzone, da dolce naufragar negli aperitivi pomeridiani da parte dei due “vitelloni” de Moraes e Jobim, che fatalmente rievocano quelle atmosfere, nel film il tutto si svolge in un contesto invernale, montanaro, con tanto di trofeo di caccia grossa attaccato alla parete, neve che fiocca e albero di natale. Questo paradosso è la cartina al tornasole (al tornaneve?) che “smitizza” ciò che asseriva Campi, pessimo teorico della metereopatia applicata al jazz ma grande impresario visionario. Eppure a Milano c’era la nebbia, hai voglia di jazz “atmosferico” “alla” Campi.

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Dopo gli esperimenti del Jazz Hot di Testoni ed Ezio Levi – nella coda degli anni Trenta – ai quali si aggregherà successivamente per l’appunto anche Polillo –, il jazz a Milano, con la guerra ormai alle spalle, parte (cito solo pochi curiosi episodi di carattere aneddotico)  da quelli del club Santa Tecla che – ricorda Terruzzi – << andarono a prendere Louis Armstrong alla Malpensa con il camion dei pompieri >>; da Billie Holiday che fa venire giù il piccolo teatrino “Gerolamo”; Lars Gullin che col quintetto di Basso-Valdambrini  fa l’alba alla Taverna Messicana, il Jazz Power, Gerry Mulligan che – come ricorda sempre Terruzzi – sposa una signora milanese e prende casa in viale Piave; fino al capolinea. Al Capolinea di Giorgio Vanni, nel 1969.

Nella introduzione al volume “1975-1979” della recente collana “La Nostra Storia” che l’Espresso ha voluto regalarsi e regalare ai propri lettori in occasione del 60° anniversario dalla fondazione del settimanale, Michele Serra scrive: <<Una decina di anni fa, rievocando per “Repubblica” la Milano degli anni Settanta (e dunque dei miei vent’anni: fate voi la tara, voglio dire, di eventuali eccessi di entusiasmo), la raccontavo così: <<Si dice anni di piombo ma non rende l’idea di quanto fosse viva la città, non allegra – Milano lo è mai stata? – ma tremendamente viva. Le strade erano piene di ragazzi, anche d’inverno, anche in quei giorni di pioggia fradicia e di luce livida che nel Duemila paiono scomparsi, come la nebbia.>>. C’era ancora la nebbia e c’era ancora il Capolinea di Vanni.

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