San Calogero tra storia, tradizione e leggenda

Collocare San Calogero in un contesto storico non è mai stato lavoro di poco conto, sia per la penuria di fonti dirette sia per la grande popolarità del Santo. Quest’ultima ha notevolmente contribuito a ideare svariate leggende attorno alla vita di Colui che viene tutt’oggi riconosciuto anche come  “Il Santo nero”.

Le fonti storiche sono essenzialmente due:

  • Gli Inni di Sergio, monaco del monastero sito sul monte Kronio presso Sciacca, composti nella seconda metà del IX secolo dell’era cristiana. Tali Inni pare siano stati scritti ed enunciati in occasione della festa del Santo che, secondo il martirologio romano, ricade il 18 Giugno.
  • Le 12 letture inserite nel Breviario Romano, introdotto in Sicilia sotto i Normanni, la cui composizione si colloca tra la fine del XI secolo e la fine del XII, che trattano della vita di San Calogero.

Entrambi gli scritti nascono a scopo liturgico e descrivono la vita e la profonda spiritualità di uno dei santi più popolari in Sicilia.

Tuttavia, come spesso accade in questi casi, gli atti relativi alla vita del Santo non erano univoci, anzi, divergevano in più punti, cosa che, nel tempo, ha fatto emergere una serie di questioni e discordanze fra gli agiografi. É proprio dalle discussioni nate da tali discrepanze che è stato possibile giungere ad una reductio ad unum, un’accurata lettura critico-storica operata dai suddetti agiografi ha infatti permesso di collocare San Calogero in un ambito storico ben definito.

Anche se a prevalere sarà la versione del monaco Sergio, dobbiamo dire che, per un certo periodo, la narrazione contenuta nel breviario siculo – gallicano in uso in Sicilia ebbe il suo seguito.

Tale fonte voleva San Calogero nativo di Costantinopoli e operante già nel I secolo dell’era cristiana. Secondo le letture contenute in questo breviario, il Santo, lasciata la sua terra, si reca pellegrino a Roma dove incontra San Pietro da cui ottiene il permesso di vivere da eremita in un luogo imprecisato. É in questo luogo che San Calogero ebbe l’ispirazione di evangelizzare la Sicilia. Tornato da Pietro, Primo Papa, ottenne il permesso di recarsi nell’Isola assieme ai suoi compagni Filippo, Onofrio e Archileone. Giunti in Sicilia si divisero per diffondere la parola del Vangelo in territori diversi.

Come già detto, questa narrazione non trova il suffragio di fonti storiche, ma ha comunque avuto seguito per il solo fatto che si riteneva più probabile che ci fosse stata la necessità di evangelizzare nel I secolo che non in secoli successivi. Tutto questo sino al XVII, ossia sino alla scoperta degli Inni nel convento di Fragalà (ME) ad opera del  P. Ottavio Gaetani, che li rinviene e li riporta alla luce dopo quasi otto secoli di oblìo.

Ma come fanno fatto gli Inni del monaco Sergio, scritti a Sciacca, a ritrovarsi nel monastero basiliano di Fragalà?

Ricordiamo che quando Sergio componeva i suoi Inni (ci troviamo nella seconda metà del secolo IX), queste zone erano abitate anche dagli Arabi, ma i Cristiani riuscivano comunque ad esercitare il loro culto. Nel periodo immediatamente successivo alla composizione degli Inni, i Cristiani del Val di Mazara soccombono definitivamente alla pressione degli Arabi, mentre quelli di Valdemone resistono validamente fino al 964-65, è in questo periodo che le reliquie di San Calogero e dei suoi compagni Demetrio e Gregorio, insieme agli Inni di Sergio (già allora unica testimonianza scritta della vita del Santo) vengono trasportate e custodite nel Monastero basiliano di S. Filippo di Fragalà, nel territorio di Demenna (sui monti Nebrodi), centro agricolo trasformato in città-fortezza, in cui venne organizzata la resistenza contro gli Arabi. La roccaforte di Demenna, unitamente ai capisaldi bizantini di Miqus (Monte Scuderi), Rometta e Taormina, resistette agli Arabi e subì il loro dominio fino all’avvento dei Normanni nel 1061. Il culto di San Calogero arriva quindi nella Valle del Fitalia, nel territorio della città metropolitana di Messina, intorno al X sec.

Gli inni di Sergio forniscono la giusta interpretazione della vita del Santo. Egli fuggì dalla Calcedonia insieme ai compagni Demetrio e Gregorio nel periodo dello scisma acaciano (intorno al 484 – 519) per sottrarsi alla persecuzione che loro ed altri, devoti alla Trinità, subirono. Fuggiti dall’Oriente approdano a Lilibeo, l’attuale Marsala, allora importante porto commerciale. In Sicilia continuarono la loro predicazione mirata alla divulgazione del culto ortodosso di Dio uno e trino, e per questo, anche se non si hanno notizie esatte, presto Demetrio e Gregorio vennero martirizzati. San Calogero, dopo aver pellegrinato per la Sicilia, si ritira sul monte Kronio, sovrastante la città di Sciacca, continua la sua catechesi e promuove la devozione dei compagni martirizzati.

La figura di S. Calogero che lotta contro i diavoli, di S. Calogero asceta, di S. Calogero missionario e taumaturgo è delineata nettamente dagli Inni di Sergio, che è altrettanto preciso anche sulle vicende inerenti il nome del Santo.

Con il nome Calogero, che etimologicamente significa “bel vecchio”, venivano identificate persone che vivevano da eremiti, nell’ideale greco della bellezza, “ciò che è bello che è anche giusto e buono”. Così, in Oriente e nel sud Italia, con il termine “Calogeri” venivano indicati i monaci eremiti. Questo nome al plurale ed una cattiva interpretazione degli atti indusse alcuni studiosi a pensare che addirittura fossero più d’uno i Santi di nome Calogero in Sicilia. Ciò spiega sia la confusione sulla vita che le varie tradizioni sul culto del Santo.

In realtà, il Santo dal nome Calogero, veneratissimo in gran parte della Sicilia, è uno soltanto, e cioè quello vissuto a Sciacca. Sul monte delle “giummare” o monte Kronio, odierno monte San Calogero, il Santo visse gran parte della sua vita e vi morì , pare, all’età di 95 anni.

Rimane comunque interessante la dimensione “popolare” di San Calogero, che porta un’aurea di familiarità con la gente, col popolo, tanto che lo scrittore Andrea Calogero (così, per volere dei genitori, risulta all’anagrafe) Camilleri, pur professandosi ateo, dichiarava: “Diciamo che io ora, da sempre, dall’età della ragione, ho un paradiso deserto di santi, privo di tutto. C’è solo San Calogero al quale sono legatissimo, al quale ogni anno faccio la mia offerta”.

Segni iconografici distintivi del santo sono:

  • Il Megaloschima, l’abito tipico che i monaci eremiti indossavano nei numerosi anni di pratica ascetica. Indossare questo abito significava attenersi a regole severe, a una preghiera costante e al più stretto digiuno. Il megaloschima era, quindi, il simbolo della perfezione della vita evangelica condotta da chi lo portava
  • Il libro, questo simbolo si presta a diverse interpretazioni , quella più evidente è l’attitudine all’insegnamento intesa anche come capacità di formare discepoli. Nel caso di San Calogero, in alcune statue, sul libro è scritto un passo tratto dall’antico testamento e sono i versi pronunciati dal profeta Osea “Etducameam in solitudinemetloquar ad cor eius”(Lo condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore). Anche questa citazione è una palese allusione alla vita ascetica, contemplativa ed eremitica del Santo.
  • Il bastone, spesso associato al pellegrinaggio cosi come alla lotta intrapresa dal Santo nello scacciare i demoni.
  • La borsa, da alcuni vista come un contenitore di medicine (per il corpo e per l’anima), ma anche come simbolo della questua.
  • La cerva (a volte ferita), indica un momento della tradizione di San Calogero il quale, ormai vecchio, riceve dal Signore una cerva che lo sostenterà col suo latte.

Un discorso a parte merita il colore della pelle del Santo, basta scorrere i siti web per rendersi conto del fatto che in alcuni simulacri viene rappresentato con una carnagione chiara, mentre in altri è di colore; anche questo aspetto fa parte del fascino che esercita San Calogero sul popolo.

Secondo alcuni storici ortodossi, dal XVIII secolo in poi, il Santo è raffigurato con la pelle nera a causa di un errore (forse volontario) di alcuni gesuiti del sei-settecento, i quali, nel trascrivere le sue Vite, cambiarono il termine greco Chalkhidonos, che significa “di Calcedonia”, con Karchidonos, ovvero Cartaginese, ‘trasformando’ così la sua provenienza. Un’altra ipotesi è quella che il Santo abbia assunto uno dei caratteri delle deità ctonie greco-romane in analogia con quanto previsto per le svariate Madonne Nere presenti in tutto il mondo, le quali sarebbero state rappresentate con tale colorazione perché evoluzione storica delle tante raffigurazioni statuarie delle Grandi Madri provenienti per lo più dalle culture del Medio Oriente.

Come si vede parecchi sono i punti su cui si registrano delle divergenze, anche se tutto questo non fa altro che accrescere il fascino del Santo che comunque unisce tutti al grido “E chiamammo a cu n’aiuta: Viva Diu e San Calò”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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