Rino Ricotta, il reparto Covid-19, l’amore per il proprio lavoro

Quanti giovani emigrati da Casteltermini per cercare di trovare lavoro al nord, quanta forza è andata via, quanta umanità. È questo che pensavo mentre Rino Ricotta rispondeva alle mie domande “a distanza”, è andata via la parte migliore di Casteltermini e con lei tanti progetti, tante possibilità di riscatto, è andato via il nostro futuro.

Rino Ricotta fa parte di questa vitalità che non abbiamo più, una vitalità che è andata a supportare la schiera di operatori sanitari che combatte il maledetto Covid-19. Rino lavora come O.S.S. (Operatore Socio Sanitario) presso il reparto di Chirurgia d’urgenza dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia dall’inizio di febbraio, mentre da metà marzo presta servizio presso il reparto Covid. Ed io l’ho scoperto mentre, seduta comodamente sul divano, accedevo su Instagram e scorrevo il social sullo smartphone. Una sua foto in bianco e nero, la stessa che vedete a colori in copertina, mi è passata davanti agli occhi, ecco la didascalia che la accompagnava: “A volte si è così stanchi; stanchi di vedere cose che vanno oltre l’umana comprensione, stanchi di far finta che sia tutto normale e che sia solo un lavoro. Stanchi di non poter raccontare a fondo le cose che realmente accadono in un reparto COVID.

Ci si consola solo con l’auspicio che tutto finirà presto, e che stiamo facendo tutto il possibile”.

È stata una tua libera scelta quella di operare in un reparto Covid?

Si, sono stato contattato dalla direzione del mio ospedale dove mi è stato chiesto se fossi disponibile a lavorare in un reparto Covid appena istituito per l’emergenza. Sapevo che, prima o poi, sarebbe arrivata la fatidica chiamata, in un certo senso ero già pronto, ma non dimenticherò mai la sensazione che ho provato. Ma come ho già detto ero pronto, anche se lavoravo da poco in Ospedale (da 2 mesi in reparto di Chirurgia d’Urgenza), era come se fossi stato mandato lì per questo.

Cosa succede in un reparto Covid durante un turno lavorativo?

Il lavoro in un reparto Covid è completamente diverso rispetto ad un “normale” reparto ospedaliero. La diversità naturalmente sta nella tipologia di paziente che abbiamo di fronte, trovarsi al cospetto dell’alta contagiosità del virus ti destabilizza un po’. Dunque, il turno inizia molto presto rispetto agli altri reparti, si arriva al Covid con molto anticipo e tutto ha inizio indossando i DPI (Dispositivi di Protezione Individuale), operazione che deve avvenire prestando la massima attenzione  in un  locale totalmente “pulito”, cioè sanificato, sanificazione che viene effettuata più volte al giorno. È un po’ ciò che succede ad un atleta che sa che deve ripetere gli stessi movimenti per disputare un’ottima gara e per ottenere i massimi risultati. Naturalmente qua non ci sono in ballo medaglie, ma la nostra stessa vita e la vita delle persone che ci vengono affidate.

“Togliere oggetti o monili di dosso, lavarsi le mani con soluzione gel, indossare il primo paio di guanti, mettere il primo paio di copriscarpe…” ormai è diventato un mantra che risuona nelle nostre teste, movimenti che si ripetono come un meccanismo oramai naturale, mentre tra colleghi ci si aggiorna sulle condizioni dei pazienti. L’imbracatura è estremamente voluminosa, poiché così si ha modo di proteggere la maggior superficie possibile di cute: le mascherine FFP3 più la mascherina chirurgica, 2/3 cuffie, occhialini, visiere ecc… ci rigano il viso con delle cicatrici vistose e dolenti, per non parlare della respirazione difficoltosa, un vero e proprio incubo.

Ma la parte più bella, e sicuramente quella più difficile, è il rapporto che si viene a creare con il paziente. Non vorrei sembrare troppo crudo, so che è pur sempre un’intervista e che Sikelia entra nelle case di tutti, ma vorrei che la gente aprisse gli occhi sul tipo di nemico che si ha di fronte e che si facesse chiarezza su alcuni punti: innanzitutto non è assolutamente vero che il virus colpisce solamente le persone anziane, sono colpite tutte le fasce di età, dagli adolescenti agli ultra novantenni. Quel che traspare dai loro sguardi è il terrore. Noi cerchiamo in tutti i modi di farli evadere da questa sensazione di paura e smarrimento, dialogando con loro ed incoraggiandoli nella nutrizione e nella somministrazione delle terapie, ma, soprattutto, mettendoli in contatto con i parenti tramite il tablet messo a disposizione dal reparto.

In molti casi il paziente Covid (con danni polmonari gravissimi) si riprende e va via e noi festeggiamo come  se fosse la persona a noi più cara, ma ci sono casi in cui il paziente purtroppo non ce la fa, ed è proprio lì che noi – inteso come personale ospedaliero – siamo costretti a vedere cose che vanno oltre l’umana comprensione. Morire da soli, senza le persone care vicine, con addosso solo un semplice camice monouso e tanta, tanta soluzione a base di varichina (odore sgradevole che, sono sicuro, mi accompagnerà per molto tempo).

Ma passiamo all’altra domanda, meglio cambiare argomento.

In altre parti d’Italia la gente del luogo si è mostrata molto solidale con gli operatori sanitari, anche lì a Perugia?

Anche qua a Perugia la gente si è dimostrata riconoscente nei nostri confronti. Le aziende del territorio ci coccolano con le loro prelibatezze e la Perugina in persona, in occasione delle festività pasquali, ci ha mandato vari tipi di uova con bigliettini di auguri.

Ma i messaggi che ci riempiono d’orgoglio sono sicuramente quelli che ci lasciano i pazienti dimessi: è proprio quando leggo queste manifestazioni di stima che capisco l’importanza del mio lavoro, sono queste piccole grandi cose che mi danno la forza per andare avanti.

Quando tutto tornerà ad una relativa normalità cosa ti resterà di questi giorni frenetici?

Mi porterò sicuramente l’orrore che purtroppo mai più andrà via dalla mia mente, la fragilità umana legata al fatto che un piccolo componente della vita sulla terra, in questo caso un semplice virus dell’influenza, possa portare così tanta disperazione. Ma mi porterò dentro lo spirito di sacrificio, l’umanità che emerge nei periodi bui, e il tanto amore negli occhi dei “miei” e sottolineo miei (ricordo uno ad uno i loro nomi di battesimo) pazienti.

Un pensiero e/o un appello ai tuoi compaesani castelterminesi su come affrontare questo periodo

Ai  miei cari concittadini e soprattutto amici non posso che augurare un in bocca al lupo, ma soprattutto voglio esortarli a seguire le linee guida delle istituzioni. Non uscire di casa, perché il “tanto non a me non succede”, NON ESISTE. Il mostro è qui in mezzo a tutti noi.

Se saremo responsabili, come lo siamo stati fino questo punto, presto tutto questo finirà e riprenderemo in mano le nostre vite.

Ci vediamo presto!!!

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