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Poemetto scherzevole siciliano tradotto da un sicano delocalizzato a Trieste 3ˆ puntata (di Franco Padalino)

Redazione SikeliaNews 5 Agosto 2018 0
Poemetto scherzevole siciliano tradotto da un sicano delocalizzato a Trieste 3ˆ puntata (di Franco Padalino)








Casteltermini 05/08/2018 (SikeliaNews)
– È l’estate del 2016, stagione per me caratterizzata dalla mannaia del concorso per docenti indetto con la famigerata buona scuola. Per non farmi mancare nulla, negli incubi notturni d’insegnante precario, tornano a far capolino le persecuzioni misticheggianti dei feticci africani.

Non riesco ad andare avanti nell’acquisizione di informazioni attorno all’abate La Cetra, non trovo granché nemmeno presso la Curia di Ragusa, che nel frattempo ho contattato via mail. Rassegnato, mi concentro sulla preparazione della prova orale del concorso che sosterrò il 2 settembre. Mi va bene, oltre ogni mia rosea aspettativa, e finalmente sono un prof (quasi) di ruolo. Non ho ancora iniziato i festeggiamenti per la mia nuova condizione di stabilità umana e professionale che mia moglie, egittologa con la passione per il restauro, mi comunica che siamo stati invitati nuovamente dalla famiglia Nicola. Andremo a trascorrere la settimana dei morti ad Aramengo, perché mia moglie partecipa ad un progetto riguardante le mummie egizie del museo archeologico triestino. Mi struggo: “Oddio, cosa racconto a Gianluigi?” Grazie all’alibi del concorso scolastico, fino ad ora sono riuscito a mantenere un giustificato silenzio radio. Fingo contentezza con mia moglie, onde evitare di spegnere ogni suo entusiasmo, e organizzo la mia trasferta.

Arriviamo ad Aramengo nella tarda mattinata del 31 ottobre. Dopo la calorosa accoglienza della famiglia Nicola, facciamo la blasfema scoperta che Halloween è giunto anche nelle sperdute colline del Monferrato Astigiano! Posiamo i bagagli nella nostra camera e subito ci dirigiamo al laboratorio, dove fa bella mostra di sé un suggestivo presepe, opera della sorella di Gianluigi. Quest’ultimo ci conduce poi fuori a visitare i suoi nuovi acquisti: delle socievolissime caprette alpine. Ci racconta che ogni tanto qualche lupo, quale sostituto di Anubi, viene a decretare il passaggio nell’aldilà di una di esse. Dopo la truculenta notizia, Gianluigi ci invita a recarci in un’altra loro casa sita in cima al paese, le cui fondazioni risalgono nientemeno che all’epoca delI’Impero Romano. Lungo il tragitto ci accorgiamo, non senza sorpresa, che gli angoli delle vie del paese sono decorati con grandi zucche ghignanti e veniamo a conoscenza del fatto che tra qualche ora quasi tutte le seicento anime aramenghesi scenderanno in strada per festeggiare Halloween.

Arriviamo al cancello d’ingresso della casa, dove ci accoglie uno dei due eredi della famiglia Nicola, fautore del restauro di una parte di questa. Il resto della struttura non è stato ancora ritoccato ed i vari ambienti sono ridondanti di ogni tipo di oggetti di epoca imperiale romana: dai coppi da tetto in terracotta ad una serie di maschere teatrali; dai pezzi di mosaico, frutto di accurati restauri svolti assieme alle scuole durante le loro attività di laboratorio, alle piastrelle in terracotta d’ogni foggia e misura. Camminiamo lungo tutto il perimetro della casa e ci fermiamo dinanzi a quello che fu l’ingresso della cella in cui il signore del borgo era solito imprigionare i contravventori della legge pubblica. Al suo interno scopriamo tre prigionieri-manichini con catene ai polsi e al collo. Appena usciti dalla cella alziamo lo sguardo e – nell’ormai sopraggiunta penombra del vespro – scorgiamo la testa insanguinata di un quarto manichino che, dietro al vetro impolverato di una finestrella, fa capolino col suo sguardo vitreo e tetro. Capiamo subito d’esser finiti nel bel mezzo di una messa in scena degna di un racconto del terrore, per la quale è stato anche assoldato un attore di origini inglesi, artista che i Nicola ci presentano prontamente. Costui deve impersonare la guida dei bambini in una sorta di labirinto del brivido. Scopro, mio malgrado, di essere stato incapsulato negli ingranaggi della festa e che, durante la notte, ad un segnale convenuto, dovrò essere proprio io ad azionare il manichino-fantasma che, appeso ad una corda, dovrà precipitare giù dalla finestra della casa che dà sulla strada principale.

Sento di non potermi esimere dall’impegno data l’importante mansione che dovrei ricoprire e, per buona creanza nei riguardi dei miei ospiti, dico loro che accetto, accennando un sorriso di circostanza. Non ho il tempo di metabolizzare quello che mi sta accadendo che, dalla voce di Gianluigi giunge implacabile ciò di cui le mie orecchie temevano il suono: “Ragazzi seguitemi, torniamo giù. Si va in biblioteca”. Un brivido di paura imperlato da gocce di gelido sudore inizia a scendermi giù per la schiena e, lungo tutto il tragitto, non proferisco parola. Giunti davanti all’uscio da me tanto temuto, Gianluigi inserisce la vetusta chiave nel chiavistello sferragliante e, mentre varca la soglia, si volta e declama con tono appassionato: “Sono arrivati dei nuovi feticci!”. Prima di mostrarceli si dirige verso lo scaffale dov’è posizionato il Poemetto e lo estrae dalla sua custodia, maneggiandolo con cura e delicatezza. Con un misto di rimprovero e pragmatismo mi dice: “Questa volta la traduzione me la fai ed anche presto, vero?”. Accuso il colpo e gli prometto che mi metterò immediatamente al lavoro. Quindi lascia orfana la custodia del Poemetto e, tenendo il libro in una mano come cucciolo di gatto, ci scorta verso un locale attiguo, dove faccio l’agghiacciante conoscenza di uno dei nuovi feticci: Gianluigi lo ha comprato da un suo amico che se ne è sbarazzato perché convinto che l’oggetto fosse la causa di ogni suo morbo e di ogni sua patologia. La strizza inizia ad avvinghiarsi alle mie terga come koala al suo eucalipto.

Con mio grande sollievo, lasciamo lì il feticcio e ci dirigiamo nel cuore della casa, ossia la cucina col focolare (originale), dove Gianna, la padrona di casa, sta preparando la cena. Gianluigi approfitta del fatto che la cena non sia ancora pronta e poggia il libro sulla tavola, che non è ancora apparecchiata. Tiro fuori carta e penna, mi siedo davanti al Poemetto, apro la pagina del primo dei sei capitoli dell’introduzione e, senza esitazione alcuna, inizio a tradurre. Mia moglie, da esperta di antichità, sottrae il libro alle mie attenzioni e, senza proferir parola, lo porta in un’altra stanza e lo ripone su di un antico scrittoio. Mi alzo di scatto, accenno ad una mite protesta ma, appena la raggiungo, scopro che è impegnata a fare scansioni con il suo cellulare. Zittisco me stesso e attendo che termini la sua opera di carità nei confronti dell’incolumità del libro. Prima che sopraggiunga la prima portata, il Poemetto ha il suo gemello digitale bello e pronto. Nel frattempo do una mano ad apparecchiare la tavola. Durante la frugale e veloce cena, irrorata da buon Barbera del Monferrato, non si parla d’altro che dell’americanizzazione della longobarda Aramengo, con la comune constatazione che ormai solo grazie a questi riti d’importazione, Halloween in testa, si riesce a stanare la gente dalle case e a fare aggregazione. Terminata la cena, ci affrettiamo a risalire lungo la via principale del paese, strada che ci porterà sul luogo del mio battesimo di “azionatore di manichini-fantasmi”. Arriviamo alla casa, adesso però è buio pesto ed io e mia moglie abbiamo solo una piccola torcia che proietta davanti a noi un piccolo cono di fioca luce. Ogni tanto arriva da fuori anche il riflesso delle luci dell’illuminazione pubblica e ciò contribuisce a rendere l’atmosfera ancora più macabra. Con passi brevi e incerti, avanziamo in un labirinto di oggetti fino a raggiungere la stanza col fantasma, buia e piena di un silenzio quasi innaturale: non riesco ad udire nemmeno il vociare della gran quantità di persone che è scesa in strada, poco distante da lì.

Ci posizioniamo ai lati della finestra in attesa del segnale convenuto. Sto con una mano attorno ad un orecchio (per sentire bene il segnale) e con la cordicella porta-manichino nell’altra (per essere pronto all’azione). Sento la voce dell’attore che evoca suspense e mistero e che man mano aumenta di volume: l’adrenalina mi sale alla testa e mi fa tendere i muscoli del braccio, ma rimango con l’orecchio sempre più proteso e pronto. “Eccolo, è il segnale, tocca a me”. Lascio andare la corda, la carrucola cigola e lascia scivolare la sorprendente e terrificante figura bianca lungo la parete esterna della casa. Tiro un sospiro di sollievo, felice e fiero di aver assolto al mio compito. Fierezza che si spegne subito, allorché mia moglie mi dice: “Guarda che hai sbagliato il tempo, dovevi aspettare ancora”. Vorrei sotterrarmi con i coppi e le piastrelle ed uscire fuori ad Halloween finito, ma so che prima o poi dovrò scendere giù ed affrontare la situazione. Torniamo fuori in strada, dove ci aspettano Gianluigi, il figlio di questi e l’attore: le loro espressioni malcelate fanno trasparire l’enorme delusione provata. Li guardo dispiaciuto, faccio spallucce e mi scuso. Provano a consolarmi, ma, ad un tratto, Gianluigi – implacabile – mi dice: “Spero che tu come traduttore sia meglio!”.

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