(Pillole di Rock) Stevie Ray Vaughan e ”Texas Flood”




Già da prima che l’album d’esordio ”Texas Flood” venisse pubblicato dalla Epic nel giugno del 1983, la reputazione di ottimo chitarrista di cui godeva Stevie Ray Vaughan (1954-1990) negli ambienti rock blues del sud degli Stati Uniti era andata consolidandosi almeno fin dalla seconda metà degli anni Settanta. Una lunga gavetta consumatasi tra festival e club della provincia americana, fino alla svolta del luglio 1982. Fu Claude Nobs (il ”Funky Claude” citato nella seconda strofa di ”Smoke on the Water” dei Deep Purple) l’uomo della svolta. Nobs, fondatore del Montreux Jazz Festival, chiama il Nostro e i suoi Double Trouble (Chris Layton alla batteria e Tommy Shannon al basso) a prendere parte alla edizione del 1982 della prestigiosa rassegna svizzera.

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Quella che si rivelerà un’esperienza cruciale ebbe comunque una gestazione alquanto complessa; con Vaughan e gli altri in un primo momento poco interessati a questa – per loro dispendiosa – puntata in Europa. Alla fine tutto si concretizzò, anche se, nonostante la buona performance, la proposta dei tre venne accolta piuttosto freddamente, e questo non fece che convincere ulteriormente Vaughan del suo atteggiamento restio della vigilia. Tuttavia, la vicenda elvetica non fu che il principio di quella felice filiera di situazioni e personaggi che condurranno Stevie Ray Vaughan & Double Trouble a questo debutto discografico; con lo stesso Shannon che ebbe a dire a riguardoSometimes what appear as failures, are really successes in disguise”. Personaggi chiave che rispondono al nome di Jackson Browne, che dopo Montreux mette il gruppo sotto la propria ”protezione”; Mick Jagger, sponsor entusiasta di questi americani dal sound fresco e corposo; David Bowie, che si serve della Fender Stratocaster di Vaughan per la sua hit ”Let’s Dance”; fino al leggendario produttore John Hammond, che con la fortemente voluta produzione di ”Texas Flood” conclude la sua pluriennale e fortunatissima carriera cominciata negli anni Trenta.




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”Texas Flood” ebbe un effetto deflagrante in un contesto musicale – come quello degli anni Ottanta – in cui la pubblicazione di un disco che marcia su registri rock blues era da considerarsi a dir poco fuori tempo massimo. Lo stilema vaughaniano, fonte di ispirazione per ogni chitarrista delle generazioni successive che si sarebbe cimentato con queste coordinate sonore (Joe Bonamassa, Kenny Wayne Shepherd, Gregg Wright, Eric Steckel ecc.), viene messo in evidenza fin dallo scatenato rock and roll di ”Love Struck Baby”. Da questo punto in avanti è un’escalation vorticosa: con ”Pride and Joy”, shuffle-manifesto del repertorio del chitarrista di Austin; con le languide e cupe atmosfere del torrenziale blues di ”Dirty Pool” (congeniali anche per la comunque dignitosa voce dello stesso Vaughan); per concludere con ”Lenny”, delicata ballata dal retrogusto hendrixiano dedicata alla moglie.

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Un esordio folgorante per questo eccezionale e sfortunato chitarrista, rimasto vittima di una sciagura aerea (l’elicottero in cui si trovava andò a schiantarsi, complice la scarsa visibilità dovuta alla nebbia, contro la parete di una collina dopo pochi secondi essersi staccato dal suolo) la notte del 27 agosto 1990 al termine di uno show nel Wisconsin e in cui solo per un caso fortuito non perì al suo posto l’amico-collega Eric Clapton. Acclamato in vita, Vaughan era entrato di diritto nel firmamento degli eroi della sei corde.




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