Li carizzii di Tinchiuni, chi ammazzò la mugghieri a vasati.

Sono quasi 50 giorni, che data l’emergenza, sono tornata a vivere quotidianamente a stretto contatto con mia nonna, un’anziana donna di 93 anni. Lei rappresenta per me un’entità suprema, un’enciclopedia di detti, proverbi, ricette. Lei per me è un dono, vista la sua età e la situazione paradossale che stiamo vivendo.

Per mia nonna il Coronavirus non è “un nemico invisibile”, ma è un limite che le sta impedendo di portare le cose dalla sarta, di andare a pagare il condominio, andare al mercato, le impedisce di vedere amici e parenti, infatti è costretta a vedere solo me, mio padre e mia madre.
Per mia nonna settantacinque anni fa i veri nemici erano i soldati, le bombe, i carri armati, la fame e la Mafia, mentre adesso quando sente parlare di Coronavirus o Covid-19 che uccide quasi crede che siamo diventati tutti pazzi.
Spesso quando la vedevo seduta che guardava la tv o pregava mi avvicinavo e le davo un bacio, adesso questa consuetudine è venuta meno.

Da sempre quando facevo questo o le dicevo ti voglio bene mi sorrideva e subito dopo faceva riferimento ad un certo Tinchiuni che uccise la moglie a “vasati”.

Oggi, un po’ per la curiosità e per la mia ignoranza, ho cercato e ho avuto modo di apprendere che è si tratta di un racconto popolare siciliano di Giuseppe Pitré intitolato “Li carizzii di Tinchiuni”.
La novella narra di un marito, che voleva così tanto bene alla moglie da tralasciare ogni sua azione del suo mestiere di calzolaio per andarla a baciare ed abbracciare.
Il gesto si ripeteva tutti i giorni in qualsiasi momento.
Una notte, però, Tinchiuni preso “dall’innamoramento pazzo” abbracciò e baciò la moglie non facendola più respirare, così morì soffocata dal troppo amore.

“E pi chissu si dici: Li carizzii di Tinchiuni, chi ammazzò la mugghieri a vasati”.

Gli anziani sono il nostro patrimonio culturale, un loro detto o racconto vale più di mille film, telefilm o della nostra fissa del mondo virtuale.

Questa quarantena mi sta dando l’opportunità d’ascoltare la mia famiglia e di cibarmi dei racconti di un tempo, quando la gente si guardava in faccia.

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