La musica è finita, gli amici se ne vanno… (di Rita Bellanca)




Da che mi ricordi, per la sottoscritta, settembre è stato sempre un mese difficile sia da sopportare che da superare.

Settembre… la fine dell’estate, il distacco forzato da amici e parenti che vanno via: chi per studio, chi per lavoro e chi per inseguire un sogno.

Settembre… il mese delle decisioni-clou, quelle che cambieranno per sempre il corso di tante vite. Si prende un lungo respiro, lo si trattiene durante tutta l’estate e, a settembre, si butta fuori l’aria trattenuta, ormai diventata malsana, e si fa entrare quella buona, l’ossigeno.

Settembre… mese odioso e odiato, forse perché retaggio di quando iniziava la scuola, forse perché incipit dell’inverno.

Fatto sta che io a settembre divento una iena! E lo divento ancor di più da quando, a poco a poco, senza neanche rendermene conto, amici e parenti sono andati via, lontano dai loro affetti, dalla loro terra, dalle loro tradizioni, chi per forza di cose, chi per scelte di vita.

2012-10-02-12-26-23vendemmiaAlcuni dei miei amici sono già andati via, altri lo faranno a breve… tornano “su”! Ed oggi, per l’ennesima volta, mi ritrovo a riflettere sulla mia e sull’altrui vita. Ma allora io faccio parte della categoria dei bamboccioni? No, non credo proprio. Non sono stata abituata dalla mia famiglia a smancerie, moine, baci e abbracci tali da farmi mancare la terra sotto i piedi qualora me ne allontani. No, non sono stata viziata, nessuno mi ha servito niente su di un piatto d’argento. Quel poco che ho fatto ed ottenuto nella mia vita me lo sono strasudato e, permettetemi, strameritato… merito, indubbiamente, del sostegno economico e morale della mia famiglia, ma merito anche e soprattutto del guerriero che c’è in me.

Ma ecco… la terra, la terra sì. Quella, potendo, l’abbraccerei e la bacerei all’infinito: le nostre ataviche tradizioni, i nostri colori, i nostri suoni, la nostra ironia, il nostro amato dialetto, il nostro sole perenne, il nostro mare turchese e cristallino, le nostre urla quando ci si incontra per strada: “ma unni ha statu, avi ca un ti viu?”. Traduco: “ma dove sei stato tutto questo tempo? Non ti vedo da tanto”. Dove il “non ti vedo da tanto” corrisponde al lasso temporale di qualche settimana o giù di lì.

Ecco… qua anche il senso del tempo è diverso!

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[/dropcap]Magari un qualche settembre, o di dicembre, o di marzo, o di luglio capiterà anche a me di cambiare il mio senso del tempo. E sarà dura, tanto dura, così come lo è stato per Mariacarmela, Sonia, Giusy, Anna, Salvatore, Laura, Carla, Salvina, Franco, Giuseppe, Vincenzo, Piero, Valentina S., Valentina L.R., Salvino, Paskuale (rigorosamente con la k), Francesco e come lo sarà tra pochi giorni, anche per Antonino e Davide.

mare-aperto

Vittorio Nisticò, mitico direttore de “L’Ora” di Palermo, calabrese, capiva i siciliani meglio dei siciliani. La sua divisione degli isolani in due grandi categorie, siciliani di scoglio e siciliani di mare aperto, è diventata d’uso comune. Il siciliano di scoglio è quello che riesce ad allontanarsi fino al più vicino scoglio, il siciliano di mare aperto invece prende il largo e se ne va. Ma Nisticò sottolinea anche il fatto che i siciliani che non tornano sono una minoranza.

I ragazzi che ho menzionato su, per mia grande fortuna e gioia, sono tutti siciliani di scoglio: è come se avessero un elastico che li spinge a tornare per ogni ricorrenza importante. Sono emigranti in patria. E l’emigrante, appena può, torna.

I “miei” sono ragazzi che hanno tenacemente lottato e che continuano a lottare per affermarsi, ragazzi che hanno contato e continuano a contare sulle loro sole forze, ragazzi che quando ritornano in paese non ostentano saccenteria, non ostentano ricchezza, non ostentano “nord”. Ragazzi che salutano gli amici gridando, che non fanno paragoni tipo “a lu Bergiu unn’è accussì”, che fanno capire apertamente e sinceramente, pur trovandosi bene, anzi benissimo, al nord, quanto manchi loro la Sicilia, l’Isola con la I maiuscola, il Sud… il Cuore!




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