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La meravigliosa tradizione dei Murticiḍḍi (di Katja Costanza)

Redazione SikeliaNews 2 novembre 2018 0
La meravigliosa tradizione dei Murticiḍḍi (di  Katja Costanza)

Come gli altri anni, in occasione della Festa dei Morti, mi sono dilettata ad imbandire la tavola dei murticiḍḍi per i miei figli. La più grande, in particolare, aspetta sempre con una certa trepidazione l’arrivo di questa festa. Già dalla sera precedente inizia a chiedere: “Mamma, quando arrivano i morticelli?”. Per non parlare del fatto che ci tiene tanto a spiegare al fratellino cosa succede il 2 novembre a casa nostra: l’arrivo dei morticelli mentre dormono; la tavola apparecchiata con dolciumi, frutta martorana, pupi di zzùccaru, frutta secca e tanti tipi di biscotti che si preparano solo in questo periodo dell’anno; il momento del risveglio e la scoperta dei doni che hanno ricevuto dai loro cari defunti. Il momento più bello per me è quando girano attorno al tavolo per vedere cosa c’è e iniziano a fare tutta una serie di domande (soprattutto il piccolino di casa) sulla preparazione dei pupi o sull’orario in cui sono arrivati i murticiḍḍi: “Mamma, di che è fatto questo? Quando sono arrivati i morticelli? Stanotte o stamattina? Stamattina presto o stamattina tardi?”. Inoltre, è davvero impagabile l’espressione di felicità che vedo sui loro volti quando trovano i regalini tanto attesi!

Quella dei murticiḍḍi è un’antica tradizione che si tramanda di generazione in generazione ed io ci tengo molto a ripetere gli stessi riti che vedevo fare tutti gli anni a mia madre. Anche lei, quando ero piccola, era solita farmi trovare, il giorno della Commemorazione dei Defunti, una tavola meravigliosamente imbandita con ogni ben di Dio. Quest’anno, poi, ha partecipato attivamente all’allestimento della nostra tavola perché ha preparato con le sue mani alcuni biscotti tipici di questa festa. Va detto, tra l’altro, che i veri “protagonisti” della tavola dei murticiḍḍi sono proprio loro: i biscotti. Il 2 novembre se ne consumano diversi tipi: i totò (biscotti di forma rotonda, rivestiti da uno strato di cioccolato), i taralli (a forma di ciambella e ricoperti da una glassa di zucchero), i torinesi (biscotti allungati, attorcigliati e intrisi in una glassa di zucchero), i rreggina (cosparsi di semi di sèsamo, meglio nota come ggiggiulena) e l’ossa di murti che vengono preparati con la pastaforte (un impasto a base di zucchero e farina) e raffigurano tibie e scheletri.

Altri cibi tipici di questa festività sono la frutta martorana e i pupi di zzùccaru che i genitori regalano ai figli facendogli credere che sono le anime dei parenti morti a farglieli trovare assieme ad altri dolci e giocattoli. La frutta martorana è un dolce di pasta reale a forma di frutta che prende il nome dal convento della Martorana di Palermo dove fu preparata per la prima volta e che anticamente li produceva. I pupi di zzùccaru sono dolci antropomorfi  o zoomorfi a base di acqua e zucchero, preparati servendosi di apposite formelle che vengono aperte una volta che lo zucchero fuso si raffredda, rifiniti con l’aiuto di un coltello e dipinti a mano con colori vivaci. Originariamente, questi pupi rappresentavano le anime dei defunti ma ormai possono assumere anche le sembianze di personaggi dei cartoni animati. La tipologia di questi pupi cambia, infatti, in base al gusto e al costume del tempo: mentre prima i pupi destinati ai bimbi riproducevano i pupi siciliani, i bersaglieri, i cavalieri e i galletti e quelli destinati alle bimbe damine, ballerine e coppie danzanti, oggi, troviamo, accanto ad alcuni personaggi classici, anche personaggi più moderni molto amati dai bambini come Hello Kitty, Peppa Pig e Doraemon.

La credenza che siano i defunti a portare i doni ai bimbi, proprio il giorno della loro commemorazione, ‹‹tende a riconnettere morte e vita attraverso la promozione della vita da parte dei morti, con il dono di dolci e giocattoli ai bambini, attestazione fisica e simbolica della continuità della specie››[1]. D’altra parte, fin dall’era precristiana i rituali funebri erano accompagnati da cibo e danze sulle tombe dei familiari morti e da oggetti di loro proprietà. La Festa dei Morti coincide, del resto, con la fase più delicata del ciclo agrario: quella della semina (fine ottobre-inizio novembre) e i popoli antichi cercavano di assicurarsi la fertilità della terra attraverso le cerimonie funebri e diversi riti propiziatori, mettendo in atto, appunto, balli, lamenti e banchetti che avvenivano dove erano seppelliti i loro cari. È interessante notare come i defunti possano essere identificati con i semi sparsi sul terreno perché come essi vengono messi sotto terra e aspettano di rinascere sotto nuova forma. È proprio per questo motivo che i morti si avvicinano ai vivi in particolari momenti di tensione collettiva, cioè nei riti cerimoniali della fertilità, durante i quali esplode una grande energia vitale che coinvolge uomini e natura. Questa si sprigiona soprattutto durante i banchetti, i quali, anticamente, si consumavano soprattutto accanto alle tombe per fare in modo che i defunti potessero partecipare di questa vitalità.

In ogni festa, in ogni tradizione, in ogni rito cerimoniale si cela quasi sempre un doppio significato: quello religioso-cristiano e quello pagano. Ancora oggi, accanto all’aspetto più segnatamente religioso delle feste, assistiamo a riti di origine agraria precristiana basati sull’offerta di cibo e, in molti casi, sull’esibizione e lo spreco smisurato di esso. In poche parole, sacro e profano convivono in molte feste religiose e questa fusione di elementi (o antitesi?), sopravvive a distanza di molti secoli in armonioso equilibrio.

[1] A. Buttitta e A. Cusumano, Pane e festa. Tradizioni in Sicilia, 1991, p. 16.

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