La chiamavano Estate… (di Carmela De Marco)




La chiamavano Estate.
Invece per me era solo il tempo in cui non esisteva il passato e in cui non avevo nemmeno la più pallida idea del futuro.
E li ricordo, Li ricordo quei pomeriggi d’estate.
Quei momenti in cui il tempo sembrava sospeso .
Mia madre saliva nel terrazzo ad innaffiare le piante e c’era sempre un bocca di leone in cui restava “incastrata” la mia mano.
Qualcuno mi aveva detto che i “bocca di leone” potevano “mangiare” le dita delle mani. E io, ogni volta che avvicinavo la mia piccolissima mano a quei fiori, temevo veramente che ciò succedesse.
Dal terrazzo, intravedevo che, nei balconi delle altre case, c’erano sempre, oltre che “basiricó” e gerani , i “scanatura”, dove veniva steso, per essere asciugato dal sole, ”l’astrattu” di pomodoro, che sarebbe servito per l’inverno.
Ogni pomeriggio d’estate, mentre mia madre si preparava, il suo profumo, misto all’odore di borotalco, invadeva la stanza.
Sui suoi vestiti estivi, i fiori non mancavano mai e mi piaceva tanto  guardarli , immaginare che fossero veri, annusarli e credere che avessero un odore e un profumo.
Ricordo le merende d’estate.
Pane e pesche e melanzane alla parmigiana .
Oppure, frittate di patate profumate alla menta .
Io ero veramente piccola.
Ricordo che tutto mi sembrava grande, le persone immense, le case enormi, i soffitti delle stanze troppo alti e troppo distanti da me.
E io ero quasi sempre insieme a lei. A mia madre.
E l’estate era una promessa di felicità che si rinnovava sempre.
Ricordo i giorni d’estate che precedevano alcune feste estive. Come la festa di San Calogero.
Per mia madre, che era una grande devota del santo, questa festa era molto importante.
Tutto aveva inizio nove giorni prima della festa . Per una delle “promissioni” fatte da mia madre a San Calogero, lei faceva ogni pomeriggio il “viaggio scalzo”.
Il viaggio scalzo consisteva nel recarsi da casa alla chiesa madre recitando il rosario e senza scarpe.
Io l’accompagnavo sempre ed era un rituale piacevole, che ogni estate non poteva mai mancare.
Lei, nel fare scalza il percorso casa -chiesa, stava attenta a dove metteva i piedi, e recitava sempre il Rosario con la corona fra le mani .
Tutto avveniva sempre sotto il sole ancora infuocato del tramonto estivo.
In chiesa, alle donne era vietato entrare con vestiti o camicette senza maniche e, in tal caso, occorreva coprire le spalle con una giacca o uno scialle.
Inoltre, le donne indossavano sempre una veletta, per coprire il capo, in segno di rispetto per il luogo sacro.
E mia madre indossava sempre sia una giacca che una veletta, che metteva prima di entrare in chiesa.
C’erano velette di pizzo bellissime, alcune color nero, altre color avorio, altre bianche.



Nella chiesa madre del paese, in occasione di feste particolari, c’era sempre un brusio soffuso.
Un brusio fatto di preghiere e di rosari, recitati a voce non sempre bassa.
Altre volte, il brusio era provocato dalle chiacchiere perenni di chi non riusciva ad evitare di stare zitto, nonostante fosse suggerito il silenzio assoluto.
Un gruppo di signore anziane recitava il rosario cantato per San Calogero, con voce stridula , scandendo le parole così velocemente da non far capire quasi il senso di quanto recitato .
“Sarvi di San Calogero tutto chinu di carità”, cantava il primo gruppo, e un altro gruppo rispondeva: “ci conforta ogni dolore e ci guarisce l’infermità”.
E poi…e poi non ricordo .
Ricordo che erano imperterrite e instancabili. Uniche.
Tutte, indistintamente, vestite di nero.
Perché, allora, tutte le donne di una certa età erano quasi sempre vestite di nero.
Sicuramente perché qualche lutto importante era già accaduto .
E, a quei tempi, il lutto poteva durare anni, o tutta la vita.
Quelle signore anziane che recitavano il Rosario cantato di San Calogero erano sempre vestite di nero e la loro voce stridula si diffondeva in tutta la chiesa, pervadeva i pensieri, si infiltrava nei ricordi.
Infatti, la loro voce la ricordo ancora benissimo.
Il nero dei loro vestiti risaltava sulla loro pelle, talvolta troppo bianca, altre volte troppo scura e incartapecorita.
Le loro facce avevano ricami antichi, che sapevano di vissuti che le avevano segnate.
Le loro mani erano anchilosate, spesso deformate dall’artrosi e dal tempo.
Però, senza di loro, senza i loro canti e i loro rosari, quel luogo sacro non avrebbe avuto la stessa atmosfera.
E poi, tipico della festa, era il rito del pane benedetto. Si facevano preparare dal panettiere tanti panini, oppure un grande pane, il cosiddetto “picciriddu” di San Calogero .


Mia madre faceva realizzare un “picciriddu” grandissimo che, dopo essere stato benedetto, veniva tagliato in tanti pezzi per essere donato ad amici , vicini e parenti.
Il giorno della festa di San Calogero, il viaggio “scalzo” prevedeva il percorso in salita verso la parte più alta del paese: il convento. Poi, a mezzogiorno, in piazza, la gente faceva di tutto per toccare la statua, per baciarla, ma soprattutto per far sì che il santo benedicesse ad uno ad uno i tanti bambini presenti. Quando, al termine della processione, il caldo feroce di mezzogiorno pervadeva ogni cosa e scioglieva tutto, quando l’aria era intrisa del fumo e dell’odore dei mortaretti, il grido festoso che ricordo, indelebile nella memoria, insieme al sorriso di mia madre, era quello di:”viva San Calò”. A casa, per pranzo, il tipico piatto era quello degli spaghetti col sugo, con le melanzane cotte nello stesso sugo e profumate col “basiricò”, di cui tutti avevano almeno una piantina nel balcone. Immancabile era il passaggio dalla pasticceria, per prendere i cannoli, o la cassata, o i gelati a pezzi, ideali per concludere il pranzo della festa. La sera, la tradizione prevedeva che, dopo la processione, il cielo si riempisse dei colori e dei rumori del “castello di fuoco”. La festa si concludeva, infatti, con i mortaretti, i cui effetti mi piaceva guardare ma non sentire. Infatti, per non sentire il loro rumore , mi tappavo le orecchie e mio padre mi prendeva in braccio. Da quell’altezza, in braccio a lui, riuscivo a vedere bene tutto lo spettacolo delle luci che danzavano nel cielo stellato. La chiamavano estate. Ma, per me, era il tempo pieno di giochi, di feste, di odori. Era il tempo in cui non esistevano ancora le assenze, di nessuno o di qualcosa. Era il tempo in cui non esistevano ancora i ricordi. Era il tempo in cui c’era solo il presente. E il sole dell’estate era così grande, che illuminava tutto. Pure le ombre dell’autunno che presto sarebbe arrivato.

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