La campagna estiva: un luogo del cuore (di Carmela De Marco)

La campagna era un luogo. Un luogo apparentemente come un altro.

Almeno così mi sembrava che fosse. Allora. Tanti, tantissimi anni fa.

Invece era un luogo speciale.

Dove tutto, pure gli oggetti più apparentemente insignificanti, assumeva  un significato.

In campagna, la credenza e gli stipetti della cucina erano pieni di tazzine, i pensili erano pieni di pentole  e di bicchieri di tutte le forme, dimensioni e colori.

Tutti diversi. Tazzine, pentole, bicchieri.

C’erano pure tante teglie per il forno a legna. Anch’esse di tutte le grandezze e forme.

Mia madre amava tantissimo cucinare, e se c’eravamo tutti, era sempre una grande festa.

Era sempre una grande abbuffata, di cibo, di chiacchiere, di risate.

Nella grande sala c’era un divano e tante poltrone.

E i cuscini erano ovunque, sulle sedie, sui divani, sulle poltrone e sulle poltrone uguali ai divani.

E ogni cuscino aveva una storia, un tessuto diverso, una provenienza legata a qualche altro cuscino, o coperta, o chissà  cosa…

E i cuscini erano tutti diversi, originali, unici. Come le mani che li avevano confezionati.

Quelle di mia madre.

E il rumore che facevano le porte quando si aprivano per entrare in ogni stanza, era un cigolio. Un cigolio che svegliava chiunque stesse riposando.

Ma era un cigolio che annunciava sempre qualcosa di bello, qualcosa di tenero, qualcosa di affettuoso.

Sembrava sempre Natale, anche se era estate, con tutte quelle tazzine colorate, con tutti quei cuscini diversi l’uno dall’altro, con tutti quei profumi , con tutte quelle luci che non addobbavano un albero, ma provenivano da fuori, attraversavano la grande vetrata e i vetri delle finestre, illuminavano e coloravano i pensieri, dando un senso anche a ciò che sembrava non avesse senso.

Era un guscio protettivo quel luogo, quella campagna dove era stata costruita quella casa che mia madre aveva sognato da sempre.

Quella casa era un luogo dove, d’estate, si riuniva la famiglia e ci si ritrovava tutti insieme.

Era una casa piena di mobili antichi, appartenuti un tempo ai nonni e tutti i mobili contenevano servizi di piatti d’epoca e tazzine, invariabilmente decorate  di fiori.

Mi piaceva molto raccogliere i fiori della campagna, con l’immancabile “suddra” che a me piaceva tantissimo. Mia madre diceva  che era cibo per i cavalli e non un fiore da mettere nel vasi.

Ma a me sembrava un fiore bellissimo, sia nei campi che dentro un vaso.

Nell’aria si annusava sempre l’odore di qualche pietanza buonissima: melanzane fritte o alla parmigiana, peperoni rossi, verdi e gialli con cipolle e patate, patate e salsicce cotte nel forno a legna, sfincione con sarde salate, frittate di patate profumate con menta, pesto appena preparato, spezzatino e salsiccia al sugo, torte preparate sempre per il compleanno di qualcuno o per festeggiare qualcosa.

L’odore dei cibi si mescolava con l’odore dei gelsomini, e il colore dei gelsomini si mescolava coi colori svariati delle “belle di notte”, che mia madre aveva piantato nelle aiuole collocate nel patio esterno, che dovevano  essere innaffiate ogni giorno, dopo il tramonto,  altrimenti rischiavano di appassire. La calura estiva faceva nascere l’esigenza di cercare un posto all’ombra, e quel luogo, all’aperto, ma al riparo dal sole, era il patio esterno, dove si pranzava, si cenava e dove, di pomeriggio, si stava sempre attorno ad un tavolo, dopo le dormite causate dall’abbiocco per eccesso di cibo.

Le piogge estive a volte ci costringevano a spostarci nella grande sala, dove le chiacchierate erano lunghe e scandite da risate spensierate.

Nel patio, ogni pomeriggio, giocavo a scala quaranta o a “pinnacolo”con mio padre,  che era invincibile e che, a volte, mi faceva vincere, per  farmi un piacere e nascondendomi di averlo fatto appositamente.

La campagna mi provocava spesso sonnolenza e voglia di cibo : c’erano i momenti della bibita amarena, della pizza, dello sfincione, del “gelato a pezzi.”

Ricordo le varianti del gelato a pezzi: o con panna e pistacchio o con nocciola e ricotta. E siccome  io avrei voluto il gelato con ricotta e pistacchio, finiva sempre che ne mangiavo due alla volta.

E poi, arrivava sempre il momento in cui mi convincevo che avrei dovuto prendere un po’ di sole: mi sdraiavo a terra, su una coperta, ma durava  poco, pochissimo. C’era sempre qualche vespa che gironzolava nei paraggi  o qualche lucertola o “tiro” sui muri.

Un vecchio televisore messo fuori,  nel  patio, ci consentiva di ascoltare qualche notizia del tg o di assistere a qualche trasmissione . Spesso , le sere d’estate, c’erano le partite di calcio, e ricordo di un anno che l’Italia riuscì a diventare campione del mondo. E per me, che non amavo il calcio, fu lo stesso una bellissima notizia.

Sempre nel patio , mio padre aveva fatto collocare un’ altalena, sulla quale si sedeva sempre qualcuno, per fare tante “ vulate”,  ogni volta sempre più in alto.

Oggi quella  campagna e quella casa non ci sono più.

Eppure , quando i ricordi tornano, quella campagna e quella casa sembra che ci siano ancora.

Ne avverto ancora gli odori e i sapori. Il vento caldo sulla pelle, sento i rumori che provenivano dal paese.

Ci sono ancora gli alberi di mele e di pesche piantati da mia madre, i cespugli pieni di more che coloravano le mani e davano alle labbra il colore di un rossetto viola.

Ci sono ancora le risate e il chiacchierio perenne, i cuscini pieni di colori e la “suddra” dentro ai vasi

Ci sono ancora “le belle di notte”nelle aiuole, i rampicanti sulla rete che delimitava lo spazio coperto del patio. Ci sono ancora le bibite di amarena preparate da mia madre, freschissime e appena tolte dal frigo.

Ci sono ancora i sorrisi di mio padre e quelle giocate infinite con le carte di ramino. Ci sono ancora le mani instancabili, laboriose e preziose  di mia madre, mani che non stavano mai ferme, perché avevano sempre qualcosa da fare, da preparare, da donare.

Quella  campagna e quella casa non  mi appartengono  più.

Eppure, ogni tanto, con la memoria vado a visitarle.

Sono visite brevi.

Che a volte mi lasciano il sorriso, a volte un po’ di rimpianto.

Sono  visite che mi consentono abbracci lunghi e infiniti. A quei luoghi e a quelle persone.

Sono visite impreviste. Causate da improvvise rimembranze, da desideri inconsapevoli, dalla voglia di essere lì, in quei luoghi e con quelle persone, per abbracciare luoghi e persone e per stare ancora bene, insieme a loro, adesso che la bella stagione estiva è arrivata.

Sono visite che mi consentono di avvertire, grazie ai ricordi, quegli stessi profumi, quel senso di protezione, quel piacere di stare insieme.

Sono visite che mi regalano la sensazione di tornare  in quei luoghi e  da quelle persone.

E la campagna estiva, immensa, colorata, dai profumi e dagli odori svariati, diventa, nel ricordo, un luogo dove il tempo si è fermato, e dove ci sono ancora le persone che il tempo ha portato lontano.

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