Il lato gentile del Jazz

Il recente articolo di Michele Rondelli sull’elogio dell’edicolante, oltre ad aver provocato un filo di commozione personale facile da intuire per chi conosce la storia del sottoscritto, si focalizzava sui rapporti umani e sul “vecchio stile” di cortesia e gentilezza di una volta che di questi tempi, un po’ “violenti” e “distratti”, per forza di cose è andato un po’ perdendosi.

In un vecchio numero di “Musica Jazz”, che all’epoca (siamo nel 1960) si trovava in edicola alla cifra di 200 lire, è riportata la lettera, nella rubrica delle lettere al direttore, con la quale un diciottenne invoca(va) l’aiuto del direttore Gian Carlo Testoni, fondatore della rivista nel 1945 ed anche paroliere di fama, autore tra le altre di “Grazie dei Fiori”, canzone con la quale Nilla Pizzi vinse la prima edizione del festival di Sanremo nel 1951, e di “In Cerca di Te”, recentemente rivisitata dalla coppia Simona Molinari-Peter Cincotti ed anche da una simpatica “iena” come Angelo Duro.

 Jazz 2Il testo della lettera: “La prego considerare questa non una lettera di redazione, ma semplicemente l’incontro con un giovane triste e solo, che ha bisogno di parlare con qualcuno che possa starlo a sentire paziente e comprensivo. Mi chiamo Francavilla Franco. Sono uno studente di 18 anni, abitante a San Severo in via Calabria, 84. Cosa mi ha spinto a scrivere proprio a Lei? Forse perché a base di quello che le dirò c’è il jazz, che io mi permetto di definire solo stupendo. Ho fatto l’incontro col jazz qualche anno fa e da allora è entrato a far parte della mia vita. Cosa mi abbia spinto verso il jazz facendomelo entrare nel cuore è la solitudine e la tristezza. Sono triste e solo sin da bambino ed ogni giorno che passa mi chiudo sempre più in me. E’ tremenda la solitudine. Questo senso di solitudine svanisce solo quando ascolto jazz. In un modo che non riesco a capire questa musica riesce ad elevarmi, riesce a farmi dimenticare i miei problemi. Perciò mi chiedo, senza poter dare alcuna risposta: cos’è il jazz? Come mai è capace di fare quello che nessuno, pur cercandolo ansiosamente, riesce a fare per me? Sono solo e penso. Penso. Penso. E’ un pensiero che rode come un tarlo che mi insegue senza via d’uscita. Sono solo. Mi domando perché e mi struggo per questo, perché vorrei uscire da questo cerchio che mi stringe senza scampo, ho paura della solitudine, ho paura di restare sempre così. Come faccio a comunicare con gli altri se prima non conosco me stesso? Sto chiuso in me, vorrei uscire da questa tremenda solitudine, ma non riesco a fare un passo verso la libertà. Condanno la mia condottta di vita eppure non riesco ad uscirne fuori. Lei può capire cosa sia per me il jazz. Con esso riesco a dimenticare, mi sento meglio, mi sento un altro, la mia delusione scompare. Ma ora questo non mi basta più. Ho bisogno di qualche altra cosa: è da molto tempo che sogno una tromba tutta mia, per sfogarmi, per cacciare dal mio cuore l’amarezza che mi opprime. Con essa riuscirò a capire me stesso. Se nessuno vuole ascoltarmi , essa saprà sopportare i miei sfoghi e mi sentirò meglio. Ho bisogno di una tromba. La prego mi aiuti. Franco Francavilla (San Severo – Foggia)”.

 Jazz 1La risposta di Testoni: “Caro Franco, permettimi che ti dia del tu perché sei certamente un ragazzo e perché hai bisogno di conforto morale. La tua lettera che ho dovuto amputare (quattro fitte pagine piene di invocazioni di aiuto) attestano squilibrio nervoso del resto non raro nei ragazzi della tua età, di carattere chiuso e riflessivo. La tua solitudine (<<e sento avversione per i miei coetanei tanto vuoti e che vivono solo per ridere e scherzare>>) è provocata a un tempo da una tua timidezza e da un tuo male inteso senso di superiorità. Impara anche tu ad essere quale la tua età comporta, un ragazzo che ride e scherza quando è con gli altri: e quando sarai solo la solitudine non ti peserà, sarai soddisfatto di questo tuo sforzo per riconciliarti col tuo prossimo e soddisfatto nel ritrovarti, serio, pensoso e magari malinconico, con te stesso. La vita è fatta di ombre e di luci. Non può essere tutta ombre o tutta luce. E se fra i tuoi amici più cari c’è il jazz, non scervellarti domandandotene il perché. Ogni forma d’arte rappresenta per chi crea e per chi si immedesima nell’artista creatore accostandosi alla sua opera, una catarsi, una sublimazione: la migliore delle cure psicanalitiche naturali. Non essere dunque un irriducibile dispreggiatore dei più ingenui e meno nervosi e sensibili tuoi coetanei, cerca di comprenderli e vivere accanto a loro: non abdicherai comunque per questo alla tua vera personalità, né proverai minor gioia quando ascolterai, da solo, della musica jazz. Per quanto riguarda la tromba, non credo che ti sarà difficile trovare a San Severo qualche parente o amico che possa prestartene una e magari insegnarti a suonarla. E, del resto, il costo di una tromba non è così spaventoso! Se ti rivolgessi a mio nome al signor Mosca, direttore del reparto strumenti musicali delle Messaggerie Musicali (Galleria del Corso, 4, Milano) potresti ottenere una buona tromba da studio, di marca nazionale, per sole 14.500 lire! (E anche una Besson o una Selmer, note marche inglesi, sono ottenibili con poco più di 50.000 lire, che è già una cifra più sostanziosa ma corrispondente ad una maggiore perfezione meccanica). Consolati dunque, Franco: nulla è poi impossibile in questo nostro piccolo e strano mondo, né la riconciliazione coi propri simili, né l’acquisto di una tromba per la nostra solitudine”.

Di seguito una variazione sul tema: “Alcuni fra i più intraprendenti giovani negri, benché digiuni dei più elementari rudimenti teorici, ma musicisti d’istinto, cominciarono a offrire i loro servizi orchestrali con strumenti a fiato e in genere gli strumenti delle bande militari (…) I loro servizi erano economici ed apprezzati. Soprattutto nelle bettole, nei luoghi di piacere, e specialmente nel “distretto delle luci rosse”, Storyville, il quartiere di case malfamate di New Orleans, in mezzo al gioco, al vizio, all’alcol, queste prime embrionali orchestrine di jazz trovarono i loro successi.”

 Jazz 3Questa panoramica sul contesto sociale in cui il jazz cominciava ad annidarsi agli inizi del XX secolo è ad opera dello stesso Testoni, che nel 1954 ne dava notizia nelle pagine della sua “Enciclopedia del Jazz”, prima enciclopedia al mondo edita sul jazz e scritta con la collaborazioni di un pugno di musicologi e giornalisti, tra i quali Roberto Leydi e quel Arrigo Polillo che alla morte prematura di Testoni, nel 1965, gli succederà sulla poltrona di direttore di “Musica Jazz”. Quindi nel 1954 eravamo ancora in periodo “case chiuse”, che saranno messe al bando quattro anni più tardi per effetto di quella che è passata alla storia come “Legge Merlin”. Mentre nel 1960, l’anno della lettera, erano già chiuse da un paio di anni, altrimenti Testoni avrebbe potuto suggerire al nostro Franco anche questa sottile suggestione da “musicista jazz da bordello”, aggiungendo il gioco di parole “una tromba per trombare”. A parte la boutade, la risposta di Testoni fu ineccepibile e di grande tatto: comprensiva, concreta nella sostanza e senza smodatezze nella forma, che evidentemente non voleva prestare il fianco al “piangersi addosso” dello stesso Franco, poiché anche se era questo quello di cui probabilmente era alla ricerca il ragazzo, cioè della comprensione consolatoria di Testoni solo perché al limite avrebbe potuto capire il suo disperato “codice di isolamento” del jazz, assecondarlo in questo era l’ultima cosa da fare. “Aiutati che Testoni ti aiuta”, potrebbe essere la sintesi conclusiva di questo episodio; e speriamo che Franco, che adesso avrebbe settantatré anni e chissà la vita dove l’ha portato, dopo aver avuto la fortuna di trovare un gran signore equilibrato sulla sua strada esistenziale del jazz, in primo luogo ricevendo ascolto e considerazione prima ancora che consigli (perché di solito si “dispensano” consigli senza ascoltare), abbia imparato la lezione e abbia capito che, aprendosi al mondo, il jazz è anche più bello. Ascolto consigliato con cui accompagnare la lettura: “Sunflower” Lee Konitz & Don Ferrara.

2 thoughts on “Il lato gentile del Jazz

  1. Il Jazz e la solitudine vanno, camminano insieme. Il Jazz lo immagino negli anni quando per l`incalzare del mondo industriale incominciano a ingrossare le città , creando un affolamento intenso di solitudini. Erano solitudini senza parole che solo la musica è in grado di farceli ” sentire “.Il tuo pezzo mi ricorda moltissimo lo spaesamento dell`emigrante, le sigarette comprate di contrabbando, le ragazze che di notte scavalcano le finestre, le sirene della polizia e i sogni che non si sono mai avverrati…

  2. Caro Piero, che il jazz e la solitudine camminino insieme è una verità delle varie verità, e si attesta in quella introspezione che è propria della musica. Con anche certe suggestioni, hai colto qualcosa tra le righe e cioè quel senso di spaesamento che in questo caso rimando al personaggio de “La Vita Agra” di Bianciardi quando arriva a Milano, e alla cui storia hanno accostato proprio del jazz in una scena del film tratto dal romanzo. Come rovescio della medaglia, penso che anche il senso di spaesamento restando nella profonda Puglia del ’60 non sarà stato sostenibile, e chissà poi se Franco è emigrato, magari proprio a Milano come tanti pugliesi del tempo. Restando magari spaesato.

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