#seseialcocoasivede

“Il Gattopardo” ha sessant’anni. E se fosse lui l’origine di tutti i mali?

Redazione SikeliaNews 2 novembre 2018 0
“Il Gattopardo” ha sessant’anni. E se fosse lui l’origine di tutti i mali?




di Massimo Lorello per palermo.repubblica.it

“Il Gattopardo” è oggi un distinto signore di sessant’anni. Tanti ne sono passati dalla prima pubblicazione del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Al netto delle analisi storiche e filologiche, nelle quali prudentemente e doverosamente non mi avventuro, mi pare interessante indagare gli effetti che la più celebre opera letteraria dedicata alla Sicilia ha prodotto sui siciliani. Infatti, per quanto oneste e nobili possano essere le intenzioni di un autore, gli effetti sui lettori sfuggono alla sua volontà.

Così, a mio irrilevante parere, “Il Gattopardo”, al di là delle intenzioni di Tomasi, ha reso affascinante e tutt’altro che deprecabile l’immobilismo fisico e intellettuale dei siciliani. Il principe Fabrizio, che si distingue nell’arte di non voler fare nulla, grazie soprattutto alla meravigliosa e diabolica interpretazione di Burt Lancaster, nel film di Luchino Visconti, è diventato per i siciliani un personaggio bello da vedere e interessante da ascoltare. Sicuramente, da imitare. Al Nord verrebbe incasellato tra i fancazzista che hanno avuto la fortuna di nascere col sangue blu. Nell’Italia delle signorie rinascimentali sarebbe il nobile senza talento. Ma al di qua dello Stretto il principe Fabrizio appare una divinità tanto decadente quanto irresistibile. Un dio che, famelico, si nutre del confronto con Calogero Sedara. E chi era costui? Chi era Calogero Sedara? Un borghese (orrore!!!) per di più affetto dalla voglia di andare avanti. Un personaggio che appare a tanti come un meschino, arido, imperdonabile arrivista. Chi non ha letto il libro magari lo ricorderà nella sublime interpretazione di Paolo Stoppa (ancora nel film di Visconti).

Io non so quante indirette responsabilità si possano attribuire a “Il Gattopardo”, ma da sessant’anni tutti i siciliani che non sono in grado di trovare bellezza nel lavoro possono contare su un nume al quale chiedere conforto: il principe Fabrizio. In sessant’anni abbiamo imparato a etichettare come putiaro, cioè bottegaio, chi ha pensato di aprire un’attività imprenditoriale. Sono ben altre le etichette alle quali ambire. I titoli nobiliari hanno lasciato spazio ai titoli professionali: avvocato, commercialista, notaio, architetto, medico, ingegnere, professore universitario. Non importa se dietro questi titoli ci sia un bravo professionista o un somaro. L’importante è essere avv. dott. prof. e possedere un elegante biglietto da visita che lo documenti. Vale di più un avvocato con due clienti che un vasaio con trenta dipendenti. Perché l’avvocato con due clienti si sente vicino al principe Fabrizio esattamente come giudica vicino all’ignobile Sedara il produttore di vasi con trenta dipendenti. E’ una questione di stato sociale. Nulla a che vedere con l’ingegno né col talento. Ma lo stato sociale in sé non ha mai prodotto né sviluppo, né progresso.

Nella Sicilia che si spopola e si impoverisce, nella Sicilia che cerca di riprendersi ma non sa da che parte cominciare, sarebbe il caso di ripartire proprio da “Il Gattopardo”. Stavolta, senza equivoci. Riconsegnando al principe Fabrizio tutti i suoi difetti, revocandogli i discutibili pregi e dimostrando che irredimibile non è più un aggettivo che si addice a questa terra.




Lascia un commento »