Giusi Palumbo, medico al Covid-19 dell’Ospedale Maggiore di Parma: non chiamateci eroi

Questa è una delle interviste più difficili che io abbia mai effettuato, se non la più difficile. Intervistare un operatore sanitario che lavora al reparto Covid-19 è già di per sé faticoso, ti mette alla prova. Intervistare una amica-amica per la quale in quest’ultimo mese tu sei stata in apprensione, in continua e costante apprensione direi, ti provoca ansia, senso di smarrimento e – inevitabilmente – lacrimoni che scendono giù… ed io non sono una tipa dalla lacrima facile. Alla fine di ogni domanda abbiamo entrambe cercato di sdrammatizzare un po’ con le nostre solite battutazze del kaiser, ma già l’altra “insidiosa” domanda era in agguato. E ad ogni domanda, e questo si è ripetuto sino alla fine,  la solita frase di Giusi: “Mi raccomando, niente drammaticità, niente piagnistei e, soprattutto, scrivi a chiare lettere che NOI MEDICI NON SIAMO EROI. Ecco, l’ho scritto a chiare lettere.

Solitamente la gente è ben felice di farsi intervistare e di far sapere ai lettori quello che fa. Giusi no! Le ho chiesto l’intervista quasi quasi con timore reverenziale: “Se puoi, se vuoi, quando ti senti pronta, ma se non vuoi niente”. Questo da almeno tre settimane. Ma la dottoressa Giusi Palumbo, medico specializzando in Anestesia, Rianimazione e Terapia Intensiva è così: schiva, reticente a parlare di sé e del suo lavoro e, qualora se ne parli, lei lo menziona nella massima riservatezza, senza frasi o paroloni eclatanti, perché (a suo dire) il suo è un lavoro come tanti. Questo non è affatto vero e ce ne stiamo accorgendo proprio in questo particolare periodo. Ometto il curriculum eccellente di studio e di lavoro che ha alle spalle, rischio, oltre al linciaggio fisico (anche “a distanza” troverebbe il modo di riuscirci), anche il depennamento dal gruppo whatsapp “Amiche” di cui facciamo parte: siamo sette amiche-amiche, diventerebbero sei.

Quindi cominciamo: intervista asettica, diretta e formale. Dimenticavo, Giusi è un medico specializzando dell’Ospedale Maggiore di Parma, dove ha svolto i suoi studi intrapresi nel lontano 2006 e dove continua tutt’oggi a vivere e lavorare.

Operi all’interno del reparto Covid-19 ormai da qualche tempo, è stata una tua libera scelta?

Mi trovo ad assistere i pazienti del reparto Covid-19 dal 7 marzo scorso. La mia enorme fortuna è stata quella di essermi formata in una scuola che ti rende autonoma sin da subito, già all’interno del percorso di studi universitari i nostri tirocini sono mirati a farci operare in piena autonomia lungo le corsie ospedaliere, quindi, da specializzandi, entriamo in reparto con una certa sicurezza, fermo restando il fatto che dal punto di vista decisionale è sempre il medico strutturato, ossia l’anestesista, ad avere la supervisione di tutto e tutti. Col Covid-19 ci siamo trovati un po’ tutti impreparati, ma, anche se non sapevamo bene cosa si andasse a fare in questo specifico caso nei reparti di Terapia Intensiva, tutti, specializzandi e medici strutturati, non abbiamo avuto alcuna esitazione a dare il nostro consenso e metterci al servizio dei pazienti. Ripeto, non siamo eroi, siamo medici e questo è il lavoro che abbiamo scelto di fare.

Qual è il ruolo di voi medici specializzandi all’interno del reparto Covid-19?

Il medico specializzando aiuta il medico strutturato nella gestione dei pazienti. Gli anestesisti ci coinvolgono attivamente nelle scelte terapeutiche da operare. L’Ospedale di Parma ha avuto un numero importante di pazienti, anche se ora fortunatamente è calato. Avevamo 350 malati nel padiglione, di cui circa 50 in ventilazione non invasiva, per intenderci con i caschi per supportare la ventilazione, i cosiddetti CPAP (Continuous Positive Airway Pressure, ovvero ventilazione a pressione positiva continua). Si tratta dunque di “caschi respiratori”, che permettono appunto di fornire ventilazione artificiale a un paziente con difficoltà respiratorie. Adesso, come ho detto, grazie alle misure restrittive adottate dal Governo, i numeri sono calati, noi medici abbiamo quindi la possibilità di seguire meglio i pazienti. Il rallentamento dei contagi ha permesso ad alcuni malati di occupare un posto in Terapia Intensiva che prima era stato loro negato a causa del sovraffollamento del reparto.

In che modo reagiscono i pazienti quando si ritrovano isolati dal resto del mondo e, soprattutto, dalla famiglia?

Alcuni di essi sono proprio spaventati, si trovano completamente soli, senza avere la possibilità di poter vedere alcun familiare. I pazienti più giovani, tramite l’utilizzo degli smartphone, riescono a contattare e a dialogare con la famiglia: messaggi e videochiamate per loro sono la routine. Il vero problema riguarda gli anziani che spesso si trovano sprovvisti della tecnologia avanzata e, anche avendola, non saprebbero comunque come utilizzarla. A questo proposito l’Ospedale Maggiore di Parma si è adoperato con dei tablet con cui medici ed infermieri contattano le famiglie in modo da dare notizie e far sentire meno soli i pazienti.

Il fatto è che per loro noi siamo tutti uguali, con i DPI (Dispositivi di Protezione Individuale) non riescono a distinguerci e non poter guardare il medico in faccia li destabilizza. Tant’è che abbiamo scritto il nostro nome sulla tuta in modo tale che prendano confidenza ed abbiano piena fiducia del fatto che si stia facendo il possibile per aiutarli.

Sei stata sempre una giovane donna dalla tempra forte, come sta reagendo il tuo animo a tutto questo?

A volte arrivi a casa un po’ più sconsolata del solito e spesso scoppi in un pianto dirotto perché sei cosciente del fatto che, pur avendo operato nel miglior modo possibile, non sei riuscita a far continuare a vivere questo o quel paziente. In alcuni casi abbiamo dovuto curare i pazienti in un reparto non intensivo, poiché la Terapia Intensiva era al completo, e lì è stata veramente dura non avendo la strumentazione adatta per monitorare l’andamento della malattia.

Ma ho la fortuna di avere una mamma che mi sostiene “a distanza”, la prima e l’ultima telefonata del giorno sono per lei. E “a distanza”, da Lassù, ho anche il supporto di mio padre: lo sento vicino a me ogni volta che cado nello sconforto. So che, se fosse ancora qui, mi risolleverebbe l’animo anche con una semplice battuta, come solo lui sapeva fare.

Come si svolge una giornata-tipo (se così la vogliamo chiamare) di un operatore sanitario al reparto Covid-19?

Mi alzo e il primo pensiero va indubbiamente alle persone che amo, voglio sapere subito come stanno, sono loro che mi danno la giusta carica per affrontare al meglio l’intensa giornata che mi aspetta. Arrivo in Ospedale, coi colleghi che staccano dal turno precedente ci scambiamo le informazioni, indosso i DPI (tuta intera, con calzari, tre paia di guanti, la mascherina, visiera e occhiali protettivi). Questi dispositivi qua all’Ospedale Maggiore di Parma non sono mai mancati, ci tengo a precisarlo, ci siamo sentiti protetti sempre, in ogni momento. Noi, come dipartimento di Anestesia, facciamo le consulenze per i pazienti più gravi, in particolar modo per i pazienti con i caschi, assistiti nella ventilazione, e andiamo a valutare miglioramenti e peggioramenti. Entriamo in reparto Covid, facciamo il giro dei pazienti. Durante il giro di visite ci soffermiamo uno-due minuti con ogni paziente, questo per dar loro una parola di conforto, per incoraggiarli, dicendo loro che supereranno la malattia. In questi casi specifici non si può ridurre a semplice visita il colloquio col paziente. Il problema vero e proprio sorge quando il compagno di stanza non ce la fa e dobbiamo in qualche modo risollevare l’animo del malato, in questo contesto sì che crediamo di non farcela neanche noi: trovare le giuste parole, le parole adeguate per tirarlo un po’ su è impresa ardua.

A fine turno, quando togliete i Dispositivi di Protezione Individuale (gli ormai famosi DPI), cosa vi dite fra colleghi?

Spesso scadiamo nella monotonia, ridiscutiamo i casi. Ognuno di noi, e questo accade sempre, si prende a cuore un malato e ciò porta a confrontarti con i colleghi riguardo alle scelte attuate e alle decisioni prese. E poi non mancano i momenti di leggerezza per far scemare un po’ la tensione accumulata durante le ore in reparto. Non possiamo certo parlare dei nostri aperitivi o delle nostre uscite, che ormai da un po’ di tempo non facciamo più, comunque, anche fra tanta tristezza, capita sempre quell’episodio divertente che ti fa scappare un mezzo sorriso. Ho una grandissima fortuna, ossia l’essere attorniata da gente in gambissima e piena di energia: i colleghi specializzandi, gli strutturati anestesisti e la professoressa che ci coadiuva, a loro va il mio GRAZIE infinito. Così come un GRAZIE infinito va a tutta Parma: ai pizzaioli, ai ristoratori, alla gente comune che, per far sentire la loro vicinanza, in questi giorni ci hanno riempito stomaco e cuore in maniera totalmente gratuita.

La cosa in assoluto che però più mi manca è il non poter dare né ricevere abbracci, quelli sì che ci vorrebbero ogni fine turno. Recupererò…

Da medico operante in un reparto Covid-19 lancia un appello alla tua Casteltermini (e a chi leggerà questo articolo)

State a casa, cercate di vedere questo momento non come una reclusione, riflettete sulle cose anche più banali: un mese fa pensare di non poter dare né ricevere un abbraccio ci sembrava una cosa totalmente irreale. Riflettete sul valore della vita, sul valore che hanno le persone. Stare a casa è un gesto altruistico, agendo così farete in modo che i contagi diminuiscano e che le persone che hanno davvero bisogno di accedere alla Terapia Intensiva abbiano la possibilità di accedervi.

NOI MEDICI NON SIAMO EROI… fino alla fine. Ma noi vi ringraziamo e vi lodiamo lo stesso.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *