Foibe: sciagura nazionale. Per combattere il negazionismo e l’indifferenza (di Rita Bellanca)

Per anni mi sono presa gli improperi di fascisti e comunisti perché ho sempre difeso – in egual maniera – la memoria sia della Shoah che delle Foibe. Due eventi completamente diversi ma che, per i soliti, beceri, dissacranti motivi politici, sono stati strumentalizzati dalle diverse fazioni.

Nel 2020 corre l’obbligo di informare su alcune verità. Sia le vittime della Shoah che le vittime delle Foibe hanno sempre chiesto una ed una sola cosa: di aver fatta giustizia. Giustizia nell’essere ricordate, nel non vedere negata la propria storia e cancellato il proprio nome. Ecco perché ho sempre sostenuto entrambe, perché credo nel valore della vita delle persone in sé.

Altri, forse la maggior parte, hanno invece utilizzato queste enormi tragedie per il solo gusto di fare politica, per cui abbiamo avuto dei “rossi” che strumentalizzavano la Shoah per colpevolizzare i “neri” e dei “neri” che strumentalizzavano le Foibe per additare le colpe dei “rossi”. A me questo gioco insulso e fazioso non è mai piaciuto, sinceramente mi ha fatto sempre e solo schifo!

Mi ha sempre molto irritato vedere che spesso chi piangeva per una tragedia negasse poi l’altra. Oggi è giunto il tempo di dire chiaro e forte che la faziosità politica ha già sterminato abbastanza persone, direi intere generazioni. Naturalmente, a sentir loro, sempre in nome del “Bene”, ci mancherebbe. Ma le persone, gli esseri umani, non devono più essere un mezzo, devono essere un fine. Così come chi uccide una persona va condannato, anche chi ne uccide sei, seimila, seicentomila o sei milioni deve fare la stessa fine e avere la stessa riprovazione morale. Quest’ultima troppo spesso latita e, se riguarda la propria parte politica, non viene neanche menzionata.

Oggi pare che le differenti memorie possano finalmente essere rispettate. Purtroppo la nuova politica sembra attaccare sempre e solo le democrazie e mai le dittature, fatto gravissimo questo. Ma chi calpesta il diritto al voto degli altri – è doveroso ricordarlo – è intriso di un cinismo e di una crudeltà che debbono incutere paura.

Chi concorre a sopprimere la democrazia oggi, chi specula sulla buona fede delle persone, chi attacca lo Stato con espedienti e mezzucci dettati da ignoranza storico-politica domani sarà pronto a sopprimere anche te. Sempre in nome del “Bene” e dell’”Incorruttibilità”, ovviamente.

E adesso vi esorto vivamente a leggere la sintesi dei fatti: Dopo la fine della seconda guerra mondiale nei Balcani, e particolarmente in Croazia e Slovenia, le due regioni balcaniche confinanti con l’Italia, avevano avuto il sopravvento le forze politiche comuniste guidate da Josip Broz, nome di battaglia «Tito». La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono contro i fascisti che, nell’intervallo tra le due guerre, avevano amministrato questi territori con durezza.

Con il crollo del regime – siamo ancora alla fine del 1943 – i fascisti e tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe (per definizione “inghiottoi carsici”). Le prime vittime di una lunga scia di sangue, perché nulla ormai poteva più fermare gli uomini di Tito, il cui obiettivo finale era l’occupazione dei territori italiani. Nel 1945 Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste. La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori più inimmaginabili. Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.

Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari fascisti della RSI e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo (in mancanza di questi, si prendevano le mogli, i figli o i genitori).

Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo fil di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

Lo sterminio si concluse con la firma del trattato di pace di Parigi il 10 febbraio 1947. Alla conferenza di Parigi fu deciso  che l’Italia consegnasse alla Jugoslavia numerose città e borghi a maggioranza italiana rinunciando per sempre a Zara, alla Dalmazia, alle isole del Quarnaro, a Fiume, all’Istria e a parte della provincia di Gorizia. Il trattato di pace di Parigi di fatto regalò alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni dei cittadini italiani, con l’accordo che sarebbero poi stati indennizzati dal governo di Roma.

La stragrande maggioranza degli esuli emigrò in varie parti del mondo cercando una nuova patria: chi in Sud America, chi in Australia, chi in Canada, chi negli Stati Uniti.

Come è stato possibile che una simile tragedia sia stata confinata nel regno dell’oblio per quasi sessant’anni?

La risposta va ricercata in una sorta di tacita complicità, durata decenni, tra le forze politiche centriste e cattoliche da una parte, e quelle di estrema sinistra dall’altra. Fu soltanto dopo il 1989 (con il crollo del muro di Berlino e l’autoestinzione del comunismo sovietico) che nell’impenetrabile diga del silenzio incominciò ad aprirsi qualche crepa.

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