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Festa di Santa Croce, Sagra del Tataratà: Cronache di una studentessa universitaria fuorisede nel mese di Maggio (di Margot Burgio)

Redazione SikeliaNews 15 Maggio 2019 0
Festa di Santa Croce, Sagra del Tataratà: Cronache di una studentessa universitaria fuorisede nel mese di Maggio (di Margot Burgio)








E bene sì, Maggio è arrivato solo da qualche giorno e riusciamo già a sentire nell’aria il profumo della festa che più amiamo: la nostra Sagra, la nostra Santa Croce.

Ormai è risaputo, il Castelterminese medio aspetta il quinto mese dell’anno più di ogni altro mese e quell’euforia tipica di questo periodo riusciamo a percepirla già dalla domenica di Pasqua, quando il rullìo dei tamburi che scandisce il ritmo della Festa, al termine della processione, risveglia in noi quel profondo senso di appartenenza ad essa che solo chi la vive da sempre può comprendere a pieno.

Sono una studentessa universitaria, come tante, e studio a Palermo ormai da qualche anno.

“Di dove sei?”

“Di Casteltermini.”

“Ah, il Tataratà!”

…e a noi fuorisede, il petto si riempie d’orgoglio.

Ho la fortuna di non abitare troppo lontana da casa anche se, vivere a pieno tutto il mese e partecipare a tutti gli eventi in programma, per me, è ormai diventato impossibile, devo pur rinunciare a qualcosa.

Ma Maggio, noi studenti universitari castelterminesi sparsi per l’Italia, lo sentiamo nel cuore sin dal primo giorno, e non solo per la paura della sessione estiva quasi alle porte.

C’è chi si informa con i professori su un’ipotetica fine anticipata delle lezioni, chi perde la pazienza per i prezzi troppo alti dei biglietti di aerei e autobus, chi prega tutti i santi che non ci siano impegni improrogabili in quei giorni e chi, a partire dal mercoledì della settimana incriminata, prepara la valigia e ritorna in paese perché “Domani c’è la prima asta, mica posso restare qui io!”.

E’ tutto un #brebrè, un “Dammucci a viviri!” detto anche quando ti versano un bicchiere d’acqua, una marcia sinfonica cantata e suonata alla meno peggio a coinquilini e coinquiline che ci guardano con occhi sgranati o cercando di capire per quale motivo, da ore, usiamo i mestoli di legno della cucina come fossero spade, muovendoci per casa gridando e danzando in modo indefinito.

Sono onesta: spiegare la Festa a chi non la conosce è più difficile di quanto credessi. E ci ho provato in questi anni, eccome… Però nulla: la vacca che si inginocchia, la Croce rinvenuta scavando, gli abitanti che dal paese salivano a cavallo fino alle terre di Chiuddìa: gli altri, proprio, non riescono ad immaginarli. E poi ancora le aste, i ceti, i tre giri, il significato onomatopeico di “Tataratà”; i cavalli, anima vera e propria di tutta la settimana, e i nostri fantini, che sono tra i migliori della Sicilia. E i muli bardati a festa, quanto sono belli! Le spade e le scintille che provocano, le bellissime luminarie che creano un’atmosfera mozzafiato, i tamburi, il torrone e “Basta Margot, tanto non ti seguiamo più!”. E’ una battaglia persa in partenza: non ce l’hanno nel sangue, non li biasimo.

Da quando studio a Palermo, comunque, una cosa l’ho rivalutata. Ci identificano come paesani, perché “paesani” lo siamo: provenienti dal paese, appunto. Ma se prima vedevo tutto in modo dispregiativo, adesso, quella parola, PAESANA, la urlerei sempre più forte perché è vero, molte cose le cambierei, ad altre apporterei delle modifiche anche minime, ma dei paesi, soprattutto del mio, non cambierei mai le tradizioni, l’amore che mettiamo nel portarle avanti per assicurarne una continuità nel tempo e la coesione nel farlo, compatti, “Tutti per uno e uno per tutti!”, come i Moschettieri. Tanti Moschettieri. Tanti quanti siamo noi Castelterminesi. Dopotutto, i cavalli li abbiamo, le spade pure…

Vi auguro di esserci quest’anno, e se proprio non poteste, vi auguro di riuscire a seguire tutto anche da lontano, perché Santa Croce è Santa Croce, e non credo che debba dirvelo io.

Buona Festa del Tataratà, “e tutt’a na vuci, evviva Santa Cruci!”.

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