Dalla Spagna di John Coltrane al ritorno in Spagna con Pedro Iturralde.

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Dopo l’episodio comune – di Davis e Coltrane –  di “Flamenco Sketches” in “Kind of Blue”, e dopo aver parlato del successivo modale spagnolo orchestrale del solo Davis, eccoci al solo Coltrane spagnolo. Scrive il musicologo Luca Cerchiari: “Davis e Coltrane, non a caso, utilizzano la modalità per recuperare, all’interno di un contesto sino a quel momento caratterizzato principalmente dalla dialettica fra tradizione europea e africana, elementi di quella asiatica, orientale: vuoi mutuati – nel caso di Davis – dalla civiltà spagnola (è il caso di brani come “Flamenco Sketches” e di altri incisi per la Columbia dal trombettista con Gil Evans), vuoi ispirati – è il caso di John Coltrane – dalla musica indiana.”. Se con il sorgere degli anni ’60 Miles Davis abbandonerà la strada del modale in senso stretto per orientarsi verso lidi post bop, ché poi è un po’ la summa dei precedenti venti anni di jazz, Coltrane continuerà a sostenere con decisione la causa modale anche in ambito spagnolo: certamente il tratto del suo modale più breve, ma non per questo meno significativo anche se non viene citato da Cerchiari, finanche ad ometterlo in “Flamenco Sketches”, che in questa sua panoramica privilegia la produzione spagnola più corposa di Davis.

 ole-515x343“Olè” (espressione linguistica che più spagnola non si può) di Coltrane, del 1961, si colloca in quegli anni che vedranno il Nostro liberarsi dall’eroina per entrare in un vortice mistico dal quale non uscirà più fino alla morte, avvenuta nel luglio del 1967. Il sassofonista alza l’asticella, e se nello scampolo di “Flamenco Sketches” il suo contributo è relegato in un assetto formale più “inquadrato”, nelle performance del suo modale “solitario” mette da parte ogni remora portando la ricerca verso confini ancora più lontani, in cui troverà ammalianti accordi ossessivi (e qui molto del merito della rivoluzione coltraneiana va attribuito al fidato McCoy Tyner al pianoforte) sui quali costruire quei suoi caleidoscopici assoli di incomparabile fascino, come succede ad esempio in “My Favorite Things”, universalmente riconosciuto come il manifesto – non solo modale – di Coltrane. A differenza del disco di Davis, in cui la componente spagnola lo monopolizzava pressoché interamente, in “Olè” Coltrane si limita a spagnoleggiare solo nel primo brano del disco, anche se in quel brano c’è praticamente la quintessenza del Coltrane modale: ritmo di valzer alla batteria di Elvin Jones (filo conduttore che va da “My Favorite Things” al tradizionale “Greensleaves”), progressioni su un solo accordo, come accennato precedentemente compito di McCoy Tyner che con la mano sinistra batte sulle note basse creando una chiaroscura tensione spanish, e stavolta non al servizio di un uomo solo come lo era l’orchestra per Davis, ma si ritorna al vecchio schema jazz di “Kind of Blue”, ovvero assoli a turno; qui nei fiati troviamo oltre ovviamente a Coltrane con il suo affilato sassofono soprano (strumento dal timbro molto esotico e dunque pertinente, e dopo gli usi di un tempo di Sidney Bechet riscoperto nel jazz proprio da Coltrane), Eric Dolphy al flauto traverso spezzare con folate orientaleggianti e Freddie Hubbard alla tromba con i suoi acuti arabeschi. Libertà nel tempo e nello spazio con un tema che funge da perno sul quale sviluppare; un tema che come vedremo ritornerà nella Spagna del jazz, ed è il tema di “Venga Jaelo”, altresì conosciuto come “El Quinto Regimento” o ancora “El Vito”, vecchio canto repubblicano della guerra civile spagnola.

 PEDRO_ITURRALDENon solo nella Spagna del jazz, ma anche nel jazz della Spagna. Si giunge finalmente al ritorno fisico in terra iberica, ed in questo caso è la Spagna ad attingere direttamente dal suo patrimonio. “El Vito” sarà proprio uno dei brani che il sassofonista spagnolo Pedro Iturralde proporrà nel biennio 1967-1968 nei suoi due volumi “Jazz Flamenco”, in cui ritroveremo anche “Cançion del Fuego Fatuo” del compositore de Falla, che come abbiamo visto in precedenza era stata ripresa da Davis con titolo in inglese, e inoltre, con al trombone il nostro Dino Piana, alla chitarra in alcuni dei brani vi era colui che probabilmente ha incarnato, o per lo meno meno sintetizzato, lo spirito classico e moderno del flamenco: Paco de Lucia. de Lucia, oltre a rinnovare i codici del flamenco in coppia con il cantante Camaròn de la Isla (un altro che non disdegnerà accenni jazz come in “La Leyenda del Tiempo” del 1979), raggiungerà il successo planetario con il formidabile trio compost da egli con i famosi chitarristi jazz Al di Meola e John McLaughlin. Il jazz flamenco di Iturralde è sicuramente meno audace di quello di Coltrane, proprio perché non pretenzioso nel portare avanti un discorso che il sassofonista americano aveva portato avanti comunque in altri termini e con altre finalità. Mentre Coltrane ha usato la Spagna con esasperazione come mezzo per la sua ricerca musicale e spirituale, Iturralde si limita ad eseguire dei canoni classici, ma non per questo meno gustosi, che certamente non tradiscono le aspettative di chi sotto l’insegna “jazz flamenco” cerca proprio quello che crede di trovare.

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