Chiacchiere alla crema di pistacchio e al cioccolato bianco

Che “maraviglias” chiedere un vassoio di “cioffe” servite con i “guanti”… Ma non perdiamoci in “chiacchiere”! (di Maria Grazia Lo Re)

È alle porte il carnevale, periodo più colorato dell’anno, che da sempre si contraddistingue per la sua goliardia e spensieratezza, ma anche per la sua tradizione gastronomica, delizia per i nostri occhi e per il nostro palato.

Maraviglias, bugie, cenci, tra i nomi più bizzarri dei dolci che noi siciliani chiamiamo chiacchiere, protagoniste indiscusse delle pasticcerie in questi giorni di festa, quasi a voler dare un carico di calorie prima dell’arrivo del digiuno quaresimale. Una prelibatezza che affonda le sue origini nell’epoca dell’impero romano, quando si celebravano i Saturnali, cerimonie propiziatorie in onore del Dio Saturno volte ad accogliere l’inizio dell’anno agricolo. Si salutava in questo modo l’inverno e si accoglieva la primavera e la sua fertilità in una cornice di feste popolari svolte per le strade, nel corso delle quali la folla gioiosa si tuffava nella degustazione dei frictilia.

Marco Gavio Apicio, gastronomo cuoco e scrittore romano, vissuto nel I secolo a. c., nel suo libro di ricette “De re coquinaria,” ne dà una precisa definizione: “Frittelle a base di uova e farina di farro tagliate a bocconcini, fritte nello strutto e poi tuffate nel miele”.

Nonostante le origini così antiche, una delle leggende napoletane più note è collegata a questo delizioso gioiello culinario. Sembrerebbe infatti che la Regina di Savoia, durante una lunga chiacchierata con la sua corte, presa dai morsi della fame, avesse commissionato al cuoco Raffaele Esposito un dolce che potesse allietare i suoi ospiti. Ispirato dalla natura della richiesta nacquero le chiacchiere, da una ricetta semplice capace di trovare presto larga diffusione in tutto il nostro stivale.

Ma se chiacchiere è sicuramente il nome più diffuso, se vi trovate in una pasticceria torinese dovete chiamarle bugie, così come in Toscana chiederete un vassoio di cenci. In Abruzzo diventeranno cioffe, continuando con una varietà di nomi singolari che caratterizzano le regioni della nostra penisola.

Riportiamo, per semplice curiosità, alcuni tra le denominazioni più estrose: fiocchetti nella Costiera Romagnola, frappe in alcune zone del Lazio, Umbria, Molise e dell’Emilia, frappole in Toscana, guanti nel matese, cróstoli nel Trentino, maraviglias in Sardegna, lattughe nelle province di Brescia e Mantova, cunchielli’  in alcune zone del Molise.

Oggi a variare da regione a regione non è solo il nome, cambia anche la presentazione e talvolta la ricetta. Dalle chiacchiere al cioccolato a quelle alla crema di pistacchio, da quelle vegane a quelle senza glutine, per arrivare, pensate un po’, alle chiacchiere salate. Di queste ultime, considerate una vera leccornia in alcuni luoghi, ve ne proponiamo la ricetta per i più audaci che volessero discostarsi totalmente dalla nostra tradizione.

Chiacchiere salate:

  • 200 g di farina
  • 1 uovo
  • 25g di burro
  • 20g di vino bianco
  • 30g di parmigiano
  • sale
  • pepe
  • olio di semi per friggere.

Sperando che la vostra possa rimanere solo una semplice curiosità, ci auguriamo che le chiacchiere dolci possano continuare a sopravvivere nella tradizione nonostante una storia lunga così tanti secoli.
Pertanto invitiamo le mani laboriose a cimentarsi nella preparazione del dolce più prezioso e giocondo del carnevale.

Riportiamo di seguito la tradizionale ricetta siciliana con un piccolo trucco per renderle ancora più friabili.

Chiacchiere dolci:

  • 500g di farina 00
  • 140g di zucchero a velo
  • 3 uova
  • 1 albume d’uovo
  • 4 cucchiai di olio di semi
  • 1 bustina di vanillina
  • sale
  • 1 arancia (o limone, la scorza grattugiata)
  • 60ml di Strega (grappa o Rum)
  • Olio di semi

Per la decorazione scatenate la vostra fantasia!

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