Amalia Rodrigues – il Portogallo, l’Italia, la Sicilia (di Carmelo Sardo)




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[/dropcap]Non c’è ombra di dubbio che a dare la definizione definitiva – certamente la più efficace – del fado, musica tradizionale del suo Paese e in particolare della città di Lisbona, sia stato lo scrittore portoghese Fernando Pessoa. Sosteneva appunto Pessoa che “Il fado non è né allegro né triste, è la stanchezza dell’anima forte, l’occhiata di disprezzo del Portogallo a quel Dio cui ha creduto e che poi l’ha abbandonato: nel fado gli dei ritornano, legittimi e lontani”. Altrettanto indubbio è come l’interprete di maggiore rappresentatività del fado, la sua ambasciatrice in ogni latitudine, non poteva che essere lei e soltanto lei, Amalia Rodrigues: la voce e l’anima forte e stanca del Portogallo.

Amalia Rodrigues era nata a Lisbona in un giorno imprecisato di luglio del 1920. Il numero cospicuo della prole della famiglia Rodrigues era tale da far passare pressoché inosservata questa nascita, e già da questo episodio a dir poco curioso si intravede un certo destino. Crescendo Amalia è relegata alle faccende di casa, ma la passione per il canto la porta a cantare sempre, per strada, ovunque, venendo regolarmente picchiata da uno dei fratelli per questo motivo.

Nel Portogallo degli anni Quaranta comincia ad affermarsi nel giro del fado, e nel decennio successivo, dopo aver conquistato naturalmente anche altri paesi di lingua portoghese come il Brasile e le colonie del Mozambico, era pronta al grande salto: la Francia è il primo vero paese fuori dalla cultura lusitana ad accorgersi di lei, adottandola e coccolandola. Dopo aver conquistato il Nord America negli anni Sessanta, era soltanto questione di tempo e la sua voce sarebbe arrivata anche in Italia. Nel gennaio del 1970 finalmente sbarca dapprima a Roma, al teatro Sistina, e poi a Milano, al teatro Lirico: è un trionfo. Amalia Rodrigues ama il pubblico italiano, e dal suo pubblico italiano abbondantemente contraccambiata. Del suo rapporto con il nostro Paese disse: “Sono stata moltissime volte in Italia, non c’è dubbio che è uno dei paesi in cui sono stata meglio. Ci andai la prima volta nel 1970 e nacque un’attrazione che non è mai finita”. C’è un episodio emblematico che fa comprendere meglio di qualunque altro ciò che legava Amalia Rodrigues al suo pubblico: è l’anno 1973, e la cantante portoghese è ospite del varietà Senza Rete del Programma Nazionale (la vecchia Rai Uno) che trasmette da Napoli. Sta cantando una tarantella napoletana, quando ad ogni suo inciso del “tupititupititù” viene accompagnata da vere ovazioni e applausi che sembrano far venire giù l’auditorium.

Perugia, Bologna, Torino. In quegli anni Amalia Rodrigues sale e scende dallo Stivale a ritmi sostenuti, e in ogni posto in cui si esibisce le viene riservato sempre lo stesso calore. Il 1973 è anche l’anno in cui finalmente sbarca in Sicilia, terra con la quale avrà, se è possibile, un rapporto ancor più intenso. Nel febbraio canta splendidamente a Palermo (dal punto di vista tecnico-vocale, il decennio 1965-1975 è il periodo della piena maturità della sua voce), e in marzo registra il disco-tributo “A Una Terra che Amo”. Il disco è composto da canzoni pescate dai canzonieri regionali del Belpaese: la già citata tarantella napoletana, il canto patriottico piemontese “La Bella Gigogin”, la romanesca “Sora Menica”, la toscana “Maremma”; mentre la Sicilia è l’unica regione ad essere rappresentata con due canzoni, cioè “Ciuri Ciuri” e “Vitti ‘na Crozza”. Alla classicità che deriva da Francesco Paolo Frontini, compositore catanese dell’Ottocento che per primo rivestì di musica le parole di “Ciuri Ciuri”, e di Franco Li Causi, che musicò “Vitti ‘na Crozza” per la colonna sonora de “Il Cammino della Speranza” di Pietro Germi, si affiancano con rispetto nuove e brillanti sonorità (in virtù delle chitarre portoghesi di Fontes Rocha e Carlos Gonçalves) intarsiate dalla commovente voce di Amalia Rodrigues alle prese con il dialetto siciliano.

Negli anni frequenterà molto la Sicilia, ed il suo percorso non poteva non incrociarsi a quello di un’altra anima stanca e forte così simile a lei come Rosa Balistreri, con la quale condividerà il palco in qualche occasione.
Nel frattempo lo scenario politico del suo Portogallo cambia. A oltre quarant’anni dall’instaurazione della dittatura di Antonio Salazar (morto nel 1970) il sistema implode, e con la cosiddetta Rivoluzione dei Garofani del 1974 si volta pagina. Amalia Rodrigues viene dunque accusata di essere stata contigua al regime. In verità, la cantante portoghese intrattenne dei rapporti personali con il vecchio dittatore che non andarono oltre la cortesia personale, nei loro soli due incontri avvenuti. Il fatto che, come ogni regime, anche quello portoghese avesse cercato di appropriarsi indebitamente di un genere musicale per far leva sul sentimento popolare, questo avrà certamente contribuito a creare l’equivoco storico. Molti intellettuali che le erano amici la abbandonarono, altri la difesero, ma l’amarezza che la colse non l’abbandonò più. Nonostante l’affetto della gente rimasto immutato, le sue apparizioni si diradarono, conseguenza anche della cattiva salute che cominciava a manifestarsi.

Amalia Rodrigues chiuse gli occhi (e questo, a differenza della sua data di nascita, è acclarato) nella sua Lisbona il 6 ottobre 1999. Prima di morire aveva dichiarato “Quando morirò, voglio che la gente pianga per me”, e così è stato. La regina del fado portoghese, con il suo vissuto veicolato dalla sua arte, era riuscita in quello che Antonio Gramsci avrebbe chiamato “connessione sentimentale”, cioè quel canale di comunicazione empatica che nella visione del pensatore sardo doveva rappresentare il collante tra la classe intellettuale ed il popolo, regolamentandone il rapporto storico e sociale, mentre nel caso della Rodrigues era il nudo e crudo amore nei confronti del suo di popolo. Un’autentica artista del popolo e di popolo, nella sua accezione più genuina.

 

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