Al Mattaliano, una tromba dal sangue castelterminese (di Melo Sardo)




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[/dropcap]La scena è famosissima: sono in corso i festeggiamenti per il matrimonio della figlia di un uomo potente, e come da tradizione le note di un complesso musicale accompagnano balli e canti. Ad un certo punto, l’”animatore” chiama la madre della sposa a cantare una canzone popolare molto conosciuta nella terra d’origine della famiglia, ovvero “C’è la luna ‘mmezzu ‘u mari”. La signora, a sua volta, coinvolge al microfono un anziano signore che, accompagnando il testo con la sua gestualità “allusiva”, suscita l’ilarità degli invitati. Lì l’inquadratura si apre e stringe, e il complesso musicale si vede nella sua interezza proprio nel momento in cui la tromba fraseggia “alla messicana”. All’estrema destra del palchetto riservato ai musicisti vi è posizionato appunto il trombettista: Al Mattaliano. Mattaliano nasce nel New Jersey nel 1930, e come milioni di persone anch’egli è un figlio dell’emigrazione.

Siamo nel 1913, e il padre, Giuseppe Mattaliano, lascia la natia Casteltermini alla ricerca di fortuna negli Stati Uniti. Al Mattaliano non è solo un figlio dell’emigrazione, ma anche un figlio del suo tempo in America. Così frequenta la prestigiosa Julliard School perfezionando la sua tecnica trombettistica. Questo gli consente, giunto il momento di assolvere gli obblighi militari alla fine degli anni Quaranta, di entrare a far parte della “first” banda musicale dell’esercito. Le bande dell’esercito americano del periodo fungevano da vere e proprie palestre per i musicisti che in seguito avrebbero figurato nel mondo del jazz, come John Coltrane, Chet Baker o Stan Getz, il quale lo ritroveremo di stanza a Foggia membro di una banda militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale.
Anche Al Mattaliano compie il medesimo percorso. Magari non con la stessa popolarità raggiunta dai nomi precedentemente citati, ma pur sempre con un percorso da “gregario di lusso” nel mondo del jazz. Di fatti negli anni Cinquanta ad accorgersi delle sue doti sonore è il famoso “capo-orchestra” Stan Kenton, uno dei pochi “sopravvissuti” dell’epoca d’oro dello swing spazzata via dopo la rivoluzione del be-bop avvenuta negli anni Quaranta. Stan Kenton prenota per i giorni 22-23-24 maggio 1956 una sessione di registrazione al Riverside Plaza Hotel di New York. Quello che ne esce fuori è il travolgente “Cuban Fire!”, annoverato tra i classici della discografia kentoniana del periodo e del latin jazz da big band. Il disco vede tra i musicisti alcuni dei personaggi tra i più valenti della storia del jazz: Bill Perkins ed Eli “Lucky” Thompson ai sassofoni; tra i tromboni figura Carl Fontana, e nella sezione trombe Al Mattaliano; e proprio alle trombe di Mattaliano, di Sam Noto e degli altri è riservato il compito di aprire il disco con le prime scoppiettanti note di “Fuego Cubano”.
L’esperienza con Kenton è solo una delle tappe più significative di Mattaliano al cospetto dei giganti del jazz. Più avanti lo ritroveremo anche con un genio della conduzione e dell’arrangiamento come Don Redman; con un fuoriclasse del sassofono tenore come Coleman Hawkins; a Broadway nelle musiche di produzioni come “Hello Dolly” e “Funny Girl”, fino alla precedentemente citata scena de “Il Padrino”. Mattaliano, in fine, dopo una vita al servizio della musica ha concluso la sua vita pochi anni fa. Questa è una storia di Sicilia e di America, di voglia di emergere, di jazz, di incontri straordinari. Un pezzetto di Casteltermini a braccetto con la storia.

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