LA MIA MARATONA DI NEW YORK… CONTROCORRENTE. L’ODISSEA DI UN MARATONETA EUROPEO NELLA CORSA PIÙ FAMOSA DEL MONDO.

dI Giacomo Licata

 

Non è la solita storia da raccontare con gli occhi pieni di luci di Times Square e di entusiasmo da primo chilometro. La mia Maratona di New York è stata un’odissea. Una di quelle che cominciano molto prima dello sparo di partenza, già con la sveglia alle 4 del mattino e l’uscita dall’hotel al buio, in una Manhattan che dorme ancora. Già il viaggio è una maratona nella maratona: Palermo–Zurigo–New York, tredici ore di volo e arrivo al Belvedere Hotel giovedì sera, stremato ma felice. Il giorno dopo, la prima corsetta rigenerante con il gruppo di Travel Marathon, l’agenzia che mi ha permesso di realizzare questo sogno regalandomi — letteralmente — il pettorale.

Poi il classico tour tra i simboli della città: Central Park, Ground Zero, la Cattedrale di San Patrizio, il toro di Wall Street, le luci di Broadway… e infine l’Expo, con il ritiro del pettorale e la solita immersione tra stand di scarpe, abbigliamento e gel energetici. Sabato libero, tra foto e passeggiate. E poi domenica, alle 5 del mattino, parte l’avventura vera. Appuntamento nella hall dell’hotel, caffè al volo, e via verso il punto di raccolta per i bus diretti a Staten Island. Da lì, un’ora e mezza di viaggio, attraversando il ponte di Verrazzano, fino a Fort Wadsworth, dove si consuma la prima vera prova di resistenza: l’attesa. Quattro ore di freddo, di attese interminabili, di panini mangiati seduti per terra tra migliaia di runner. Alle 10:20 finalmente la mia wave E parte. Ed è un’emozione che cancella la stanchezza: il Verrazzano che si apre davanti come una montagna, la folla che ti spinge, la città che esplode di suoni, cori, scampanii, cartelli, applausi. Ogni ponte è una salita, ogni quartiere un mondo, ogni chilometro una festa. L’arrivo a Central Park è un boato che ti vibra nelle ossa. Il poncho arancione sulle spalle, il passo lento, la fila infinita di finisher che camminano zoppicando e sorridendo. Sì, è un’esperienza unica, da fare almeno una volta nella vita. Ma — e qui vado controcorrente — una volta basta e avanza. Perché la Maratona di New York non è una gara in senso atletico: è una prova epica, logistica e mentale. È una festa, non una sfida col cronometro. Per noi europei, con il jet lag, i voli, le attese e i ponti che sembrano montagne russe, è un’avventura più che una prestazione. Bellissima, sì. Ma un’odissea.

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