La “resilienza” di un maratoneta

La “resilienza”, parola a molti sconosciuta – anche a me fino qualche anno fa -, è, così come da definizione, “la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi” o in psicologia “la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà”.

Cosa ha a che fare tutto ciò con i maratoneti? Negli sport di resistenza e di endurance, la resilienza è la capacità dell’atleta di sopportare la fatica per un lungo periodo di tempo, di adattarsi alle condizioni che si verificano e di superare le difficoltà che si possono incontrare in allenamenti e ancor più in gare dalla duratadi 3 ore a interi giorni (vedasi ultratrail o ultramaratone).

Ho già scritto del parallelismo che io vedo tra la maratona e la vita e, dopo l’ultima esperienza a Berlino risalente a domenica scorsa 26 settembre, me ne convinco sempre più.

Vi racconto in breve la mia vicenda e quanto aver dedicato gli ultimi anni alla corsa e soprattutto alla preparazione per le maratone abbia reso la mia persona più “resiliente”.

Dopo il lungo periodo vuoto causato dalla pandemia ancora in corso, quest’anno sono ripartite alcune manifestazioni sportive nel rispetto delle regole e delle norme anti Covid, tra queste la BMW Berlin Marathon a cui mi ero iscritto l’anno passato per poi posticipare la partecipazione a quest’anno.

Di per sé è stato difficile, dopo aver corso senza nessun obiettivo per lunghi mesi, entrare nella forma mentis di una preparazione lunga e pesante come quella per una maratona anche se la voglia di tornare a percorrere le strade di una manifestazione internazionale era davvero tanta. Inizio così a pormi degli obiettivi già da gennaio 2021 in attesa di una conferma ufficiale che la maratona si possa svolgere in tutta sicurezza ed entrare nelle fatidiche 16 settimane di preparazione specifica.

A marzo decido poi di fare un gesto che già da tempo programmavo e sempre rinviavo e cioè fare la mia prima donazione di sangue. Così, dopo aver fatto le analisi preventive che già evidenziano una leggera forma di anemia sideropenica che comunque non impediva di donare il sangue, il 9 di marzo mi reco a donare il sangue commettendo un grave errore per la mia ignoranza nel coordinare la donazione con gli allenamenti. Fino al giorno precedente la donazione avevo continuato ad allenarmi secondo il mio calendario e dopo 24 ore riprendo normalmente senza rispettare il giusto tempo di recupero necessario al mio organismo di riprodurre tutto ciò che gli viene a mancare dopo avergli sottratto 480 g di sangue.

Nel frattempo si verifica anche un cambiamento sul lavoro, da Cammarata mi sposto a Ribera, che comporta anche una serie di conseguenze. Maggiore stress, orari diversi, più tempo in auto, etc…

Giorno dopo giorno inizio a sentire una gran fatica prima nello svolgere gli allenamenti e poi anche nelle quotidiane attività. A distanza di circa tre settimane arrivano le analisi fatte sul sangue prelevato al momento della donazione che mostrano un peggioramento dell’anemia. Mi pongo allora la domanda “cosa sarà accaduto durante questi giorni in cui ho continuato a massacrare il mio corpo con gli allenamenti?”. Ebbene, faccio nuovamente le analisi e mi ritrovo con le scorte di ferro quasi del tutto esaurite. Decido allora di rivolgermi ai professionisti dei settori alimentazione e preparazione atletica che mi fanno notare la grande corbelleria che ho fatto e mi aiutano a ripartire da “0!!!” sia con un’alimentazione adeguata al ripristino delle scorte di ferro sia nel rivedere la tabella di allenamento prendendo una pausa di tre settimane da qualsiasi attività fisica e iniziando poi con una corsa-camminata di poche decine di minuti.

Tra alti e bassi, seguito sempre dal mio nutrizionista di fiducia e dal mio coach, porto avanti con sacrificio questa benedetta preparazione e mi ritrovo così nella settimana della gara non troppo in forma e con tanta ansia addosso. Cosa accade? A due giorni dalla partenza per Berlino, il mercoledì, inizio ad accusare nausea e vomito, l’indomani due linee di febbre! Mi allarmo, faccio un tampone che risulta fortunatamente negativo, mi appello alla mia “resilienza” acquisita durante le precedenti preparazioni, mi aggrappo al sostegno di mia moglie, delle mie figlie, di tutta la famiglia, dei miei amici e del mio coach, ingoio un paio di Tachipirina e via verso la meta.

Berlino è una città fantastica, mi accoglie già da subito con le attività pre gara: Expo Marathon, musica, cartelloni pubblicitari, colori e sapori (mica tanti visto il mio stomaco sottosopra).

Arriva il fatidico giorno, 25.000 partecipanti che saranno ricordati per le mascherine che indossano alla partenza, c’è aria di festa, decine di migliaia di tifosi, i top runners, speaker che parlano a me una lingua sconosciuta.

Ore 9:20 entro nella mia griglia di appartenenza; ore 9:35 start. Imposto la gara ad un ritmo comodo, inizio a rilassarmi e godermi il tifo, la musica a palla ela città ma resto concentrato per non accelerare e non rallentare troppo. Stranamente per Berlino c’è un caldo madornale – 24° C -, i primi 25 chilometri scorrono agevolmente, integro e mi idrato a intervalli regolari e cerco di mantenermi distante dagli altri maratoneti per evitare il più possibile un eventuale contagio. Arrivo al 30° km, è lì che inizia la Maratona con la M maiuscola, lo stomaco fa un po’ di capricci ma credo di avere ancora forze sufficienti per tenere il ritmo programmato. 35° km, ahi! ahi!, le gambe iniziano ad indurirsi e ad essere doloranti, i crampi allo stomaco sempre più frequenti, rallento, applico tecniche mentali per distogliere l’attenzione dalla fatica.


Faccio ancora qualche centinaio di metri, capisco che il mio serbatoio è agli sgoccioli, metto da parte lo spirito agonistico, tiro fuori tutta la grinta e la “resilienza”, mi faccio travolgere dalle urla del pubblico a cui mi appello per essere incitato, tra la folla vedo mia moglie, un miraggio, la bacio e continuo con molta difficoltà, attraverso la meravigliosa Porta di Brandeburgo, le incitazioni sono sempre crescenti, vedo in lontananza il traguardo, uno sconosciuto da dietro mi mette le mani sui fianchi e mi spinge per la volata finale, c’è molto cameratismo tra i runners, finalmente passo sotto l’arco che segna l’arrivo.

È stata tra le più dure tra le 9 maratone che ho fatto ma tra le più belle, tra le più emozionanti. Primo perché spero sia un segnale di ripartenza per tutti e per tutto, poi perché ho avuto modo di godere più del solito di tutto ciò che mi circondava, di ritemprare il mio spirito da maratoneta – se le cose andassero sempre per il verso giusto non si rafforzerebbe la “resilienza” – e di poter avere il grande e indispensabile sostegno di mia moglie Marilena.

Ma la vita non è pure così? Un trascorrere del tempo tra gioie e dolori? E se non ci adattassimo alle situazioni, se non sviluppassimo la necessaria “resilienza”, potremmo sopravvivere?

Sì, la maratona e una metafora della vita.

N.B. Si ringraziano il mio coach Antonio De Francesco, il mio nutrizionista Sergio Scordino, fondamentali in questa ed altre occasioni. Il mio mentore Calogero Castronovo, il mio medico dello sport Cristian Francavilla, la mia osteopata Valentina Vetro, il mio fisioterapista Michele Pellitteri che negli anni si sono presi cura di me. Mia moglie – la mia roccia -, le mie figlie – la mia vita -, la famiglia tutta, gli amici e la mia squadra A.S.D. Airone Casteltermini di cui orgogliosamente porto i colori.

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