RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Ci sono tradizioni che non appartengono soltanto a una festa: appartengono al cuore di una comunità. La Festa di Santa Croce e la Sagra del Tataratà rappresentano, per Casteltermini, un patrimonio di fede, folklore e identità che si rinnova ogni anno, tramandando emozioni che attraversano le generazioni.
Tra i protagonisti di questa rinascita c’è il Ceto Vurdunara, che ha ritrovato nuova energia, entusiasmo e partecipazione. In occasione dei festeggiamenti abbiamo incontrato Fabio Sferlazza, il cosiddetto “Masciu Cerimonia” del Ceto Vurdunara, per raccontare non solo una tradizione, ma soprattutto le emozioni, i sacrifici e l’amore che la tengono viva.
Ne è nata una conversazione autentica, fatta di ricordi, speranze e di quella passione che si percepisce chiaramente in ogni sua parola.
D. Quando indossate i colori e i simboli dei Vurdunara e vi preparate a vivere la Festa di Santa Croce, cosa provate nel cuore? C’è un’emozione che ogni anno ritorna più forte delle altre?
R. «L’emozione che provo quando indosso “u vistitu di vurdunara” e preparo tutti gli ornamenti per bardare il mio mulo è sempre più forte, ogni anno più intensa e più bella. Quando indossiamo i colori tipici e i simboli dei Vurdunara, i nostri cuori si accendono di passione, folklore e amore per la nostra festa.

Ogni anno è un crescendo di emozioni e quest’anno ancora di più, perché con me ci sarà mio figlio Gabriel. Il suo amore innato per questa tradizione mi regala una carica speciale e mi spinge a dare ancora di più. A questo si aggiunge la presenza della famiglia Mangiapane e di tutto il ceto, persone che con impegno, sacrificio, amore e dedizione hanno creato un connubio perfetto.»
Le parole di Fabio raccontano qualcosa che va oltre la preparazione di una festa: parlano di appartenenza, di famiglia e di quel filo invisibile che lega passato e futuro.
D. Si parla tanto della rinascita del Ceto dei Vurdunara: c’è stato un momento preciso in cui avete capito che qualcosa stava cambiando, che si stava riaccendendo una fiamma che forse non si era mai spenta davvero?
R. «A gennaio ricevetti una chiamata. Era Giuseppe Mangiapane. In quel momento capii che qualcosa stava cambiando, e in meglio.
Per arrivare ad oggi abbiamo lavorato tantissimo: organizzazione, ruoli, proposte, tradizioni. Tutto curato nei minimi dettagli. È stato lì che ho capito che potevamo davvero realizzare qualcosa di meraviglioso.

Finalmente siamo riusciti a creare qualcosa che permettesse a grandi e piccoli di toccare con mano questa tradizione, di viverla senza fretta e assaporarla davvero. Da qui sono nati gli incontri che precederanno la festa, da martedì 26 fino a domenica 31, con la presenza di un numero di muli bardati senza precedenti.»
Una rinascita, dunque, costruita giorno dopo giorno e fondata su un’idea semplice ma potentissima: riportare la tradizione tra la gente, facendola vivere prima ancora che raccontarla.
D. Dietro ogni tradizione ci sono volti, mani, sacrifici e ricordi: qual è l’insegnamento più importante che avete ricevuto da chi vi ha preceduto e che oggi sentite il dovere di custodire?
R. «Fino a poco tempo fa la presenza dei muli era identificata soltanto con la “corsa dei muli”. E anche io la pensavo così. Oggi invece tutto ha assunto un significato diverso.
Prima di tutto l’unione del Ceto: è la base fondamentale per ricostruire qualcosa che nel tempo si era dimenticato, ma che in realtà è sempre esistito e continuerà ad esistere.
Poi c’è il significato più profondo della festa, e lo dobbiamo a una persona a cui siamo immensamente grati: Franco Galione. Grazie a lui abbiamo capito e preso consapevolezza che la fede e il credo religioso sono il cuore che tiene viva la festa.»
Parole che ricordano come le tradizioni non sopravvivano soltanto grazie ai gesti, ma soprattutto grazie ai valori che quei gesti custodiscono.
D. Se doveste descrivere i Vurdunara a un giovane che ancora non ne fa parte, non con le parole ma con un’emozione, quale sarebbe? E perché dovrebbe vivere questa esperienza almeno una volta?
R. «Descrivere i Vurdunara con le parole non è semplice. Hai detto bene Vittorio: con un’emozione si riesce a spiegare meglio.

La gioia. La gioia del suono delle campane che rallegrano il cuore, la gioia di sentire qualcosa ardere dentro. La gioia di aggregarsi, condividere, confrontarsi. Emozioni e sensazioni che non si vivono tutti i giorni, ma che dovrebbero restare vive dentro di noi ogni giorno dell’anno.
Ed è per questo che invito tutti i giovani ad avvicinarsi e a vivere con noi questa festa.
E poi c’è la gioia e la carica che ci regalano tutti i castelterminesi quando vedono i muli bardati a festa.
Ragazzi, a voi dico: avvicinatevi a questa bellissima tradizione, perché ogni anno ve ne innamorerete sempre di più.»
L’intervista si conclude con un invito che suona quasi come una promessa: vivere una tradizione significa entrarci dentro, respirarla, sentirla propria.
Perché la Festa di Santa Croce non è soltanto un appuntamento del calendario. È memoria, fede, identità. È il battito di una comunità che continua a ritrovarsi attorno alle proprie radici.
E come direbbe Fabio, con quella voce che unisce tutti:
«E tutti a na vuci… Evvivaaaa Santa Cruciiii!»
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