LA VIOLENZA SUBDOLA DEGLI “EMERITI”

L’altro giorno, scorrendo i social, mi sono ritrovata a leggere per l’ennesima volta una storia di violenza intrafamiliare, una delle tante storie che quotidianamente “scorrono” fra le notizie di cronaca, il cui titolo così proclamava: «Torino, l’irreprensibile ingegnere era un marito-padrone: telecamere, botte e minacce per sottomettere moglie e figlia». Inserisco l’articolo alla fine di questo mio pensiero di fine 2020, qua cito solamente il passaggio che più mi ha fatto riflettere «La vita quotidiana familiare era caratterizzata, secondo l’accusa della pm Barbara Badellino, da un clima di terrore. “Lui era molto possessivo, io non potevo mettermi le scarpe con il tacco, truccarmi, indossare una gonna – ha raccontato in aula la donna – dovevo chiedergli il permesso per qualsiasi cosa. Gli insulti, sempre i soliti, arrivavano per qualsiasi cosa: lui diceva che la casa non era in ordine, o che non ero brava come madre”». Il racconto continua poi facendo riferimento alle violenze fisiche.

Fermo restando che tutti i tipi di violenza sono da condannare duramente senza se e senza ma, mi sono trovata a riflettere sulle violenze considerate minori – ma che minori non sono affatto – che noi donne spesso non riusciamo a comprendere come violenze. No, non sto parlando delle famose violenze psicologiche in senso lato, sto parlando di una forma di violenza subdola, meschina e corrosiva, quella che si insinua sottilmente nella vita di coppia. Mi direte: “Ma tu, single incallita, che ne sai della vita di coppia?”. Ebbene, rimarrete stupiti, ma anche io sono un’attenta osservatrice, parlo tanto sì, ma nel contempo osservo anche tanto, e poi ci sono cose che noi donne “captiamo” subito, all’istante, la nostra acuta sensibilità ci consente di percepire determinate sottigliezze che gli uomini non riescono a cogliere.

In un angolino della mia memoria ha fatto capolino una locuzione che in un passato non troppo remoto mi era rimasta impressa per tanto tempo, “manipolatore relazionale”. Sono quindi andata a riprendere il testo che avevo letto qualche anno fa in cui era descritta questo tipo di personalità, mi permetto di riassumere in poche righe quello che psicologi e psichiatri trattano in intere collane, vi rimando alla lettura del testo da me citato [La manipolazione affettiva. Quando l’amore diventa una trappola di Isabelle Nazare-Aga, Ultra, Roma 2018].

La maggior parte dei manipolatori si camuffa dietro professioni apparentemente onorevoli e, spesso, il loro problema di base è quello che viene definito “narcisismo patologico”, un ego presente e pressante da mettere in mostra in tutti i contesti familiari e sociali, «i manipolatori sono fra noi. Sono medici, giornalisti, insegnanti, e spesso occupano posti di potere». Il manipolatore relazionale ha dei lati positivi e ciò spiega il fatto di come gli sia facile confondere le persone con cui interagisce, tant’è che utilizza i principi morali degli altri per soddisfare le proprie necessità: cortesia, umanità, solidarietà, antirazzismo, gentilezza, generosità, ecc., queste regole morali vengono da lui utilizzate sia per trarne vantaggio personale sia per inculcare il senso di colpa per fatti irreali, utilizza lusinghe per adulare e, allo stesso tempo, critica, in modo velato o del tutto palesemente, «la sua sopravvivenza psicologica dipende dal costante disprezzo degli altri: è come se in questo modo si rigenerasse. Possiamo paragonarlo a una persona che annega e che, per sopravvivere, spacca la testa al suo salvatore, considerato come un rivale. Come se la vita e le relazioni non fossero altro che un’eterna lotta».

Il manipolatore adotta la strategia di commiserare se stesso, convinto dall’idea di essere vittima dell’ignoranza, della pochezza e delle irresolutezze altrui, da qui la ”sindrome da crocerossina” che troppo spesso invade l’animo e il cuore di noi donne. Quando è malato esagera la sua malattia: sembra sempre in punto di morte. Quando la situazione sfugge al suo controllo, il manipolatore si allontana dalle responsabilità, dagli obblighi, riversandoli sugli altri. Contrariamente, se l’impresa va a buon fine, ripete senza fine che il merito è suo.

Un manipolatore parla, ma di fatto non comunica mai in modo autentico e sincero, spesso esprime i suoi pareri in maniera ironica e beffarda in modo che al suo interlocutore non sia consentita la replica. Non accetta alcun rifiuto, lo vive come un affronto e congettura subito la contromossa da mettere in atto, alla presenza di difficoltà può utilizzare intimidazioni sottaciute, fa arrivare i suoi messaggi attraverso intermediari, predica il falso per sapere il vero, deforma, interpreta, mente spudoratamente, semina zizzania, crea sospetti e conflitti per avere la situazione sotto controllo, cambia idea, comportamenti, opinioni a seconda delle persone e delle situazioni, un giorno può raccontare una cosa in modo del tutto convincente e il giorno dopo dire l’esatto opposto.

All’interno di una relazione amorosa ricatta psicologicamente il partner arrivando a minacciare persino il suicidio, mentre, all’interno di un gruppo familiare o di amici, un manipolatore produce immancabilmente nervosismi e spaccature, poiché fortemente disturbato dalle persone che vivono in accordo con il prossimo.

Non è facile individuare una personalità patologica come quella appena descritta, i manipolatori indossano una maschera che nell’immaginario femminile – e non – li rende molto più affascinanti di quanto invece non lascino intendere le caratteristiche appena elencate. «Sembrano simpatici, dei veri seduttori, altruisti, colti, timidi, ma il comportamento più facilmente rintracciabile è, in realtà, un altro: sono dei dittatori».

Conoscete simili camaleonti? Se la risposta è sì, l’unico consiglio che posso darvi è quello di allontanarvene, di parlarne in famiglia ed anche con specialisti, di chiedere aiuto, di mettere da parte sensi di colpa e vergogna. La colpa è unicamente di chi, pur cosciente di avere questi problemi relazionali – perché chi ne è affetto ne è cosciente – non fa nulla per porre rimedio. Trattasi di patologia e come tale deve essere trattata. Occhio!

Torino, l’irreprensibile ingegnere era un marito-padrone: telecamere, botte e minacce per sottomettere moglie e figlia

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