LA SICILIA, L’EGEO E IL CENTRO PROTOSTORICO DI SANT’ANGELO MUXARO (Contributo completo)

La ricerca su “Sicilia ed Egeo” si basa soprattutto sullo studio dell’importante centro protostorico di Sant’Angelo Muxaro, situato nel territorio di Agrigento, lungo la media valle del fiume Platani

Si tratta di una zona assai suggestiva, anche dal punto di vista paesaggistico ed ambientale, situata nel cuore della antica Sikania. Sant’Angelo Muxaro sorge su di una collina di gesso cristallino, sulle cui pendici meridionali si aprono le imboccature di centinaia di tombe scavate nella roccia.

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Molte di esse sono del tipo “a tholos”, di un tipo cioè che, pur in diversa tecnica, richiama la forma delle sepolture della Grecia micenea. Fra queste tombe, sempre in vista è rimasta la più monumentale, la cosiddetta Grotta di Sant’Angelo. Essa è formata da due grandi camere circolari comunicanti e ricoperte a volta; la camera anteriore ha un diametro superiore agli otto metri, la seconda, minore, presenta la caratteristica di un lettuccio funebre intagliato nella roccia. La tomba prende il nome dal Santo protettore del paese, che secondo la tradizione popolare avrebbe scacciato i diavoli dalla grotta, eleggendola poi a sede del suo eremitaggio.

La monumentalità dell’architettura funeraria di Sant’Angelo, e il richiamo all’ambiente egeo, hanno immediatamente fatto pensare alla tradizione leggendaria dei rapporti fra la Sicilia e Creta, riportata da Erodoto e da Diodoro. Sant’Angelo Muxaro è stata così identificata con Kamikos, la capitale del re indigeno Kokalos, costruita per lui dall’artefice Dedalo. A Kamikos avrebbe trovato la morte il re di Creta Minosse, venuto in Sicilia per riprendere con sé Dedalo, il quale era fuggito dalla prigione di Cnosso nella quale era stato rinchiuso per aver favorito i mostruosi amori fra la moglie di Minosse e un toro, dai quali era nato il Minotauro.

Il centro di Sant’Angelo Muxaro è archeologicamente conosciuto fin dal ‘700, allorché comparvero, nella collezione del Vescovo di Girgenti mons. Lucchesi Palli, quattro coppe d’oro, due delle quali erano decorate da figure di tori dalle lunghe corna disposte tutt’attorno ad un omphalos centrale.

Questi oggetti furono descritti da numerosi viaggiatori, come il Barone von Riedesel, e dal Principe di Biscari, che nella sua opera “Viaggio per tutte le antichità della Sicilia” ne ipotizzava la provenienza dal sepolcro di un sacerdote del dio egizio Apis. Esse sono però soprattutto conosciute per il disegno che ne lasciò nella sua opera il pittore francese Jean Houel nel 1776.

santan2Dall’opera di Houel desumiamo anche due importanti notizie: la prima, che questi ori erano stati rinvenuti “au fond d’un tombeau, dans un village antique aujourd’hui appellé Sant’Angelo”; la seconda è che al momento della sua visita nella collezione del vescovo vi era una sola coppa figurata, in quanto l’altra era stata venduta “ad un inglese”. La vendita, deprecata dall’Houel, costituì in realtà la salvezza per la coppa, che dalla collezione di Lord William Hamilton, ambasciatore presso il regno delle due Sicilie, passò in seguito nelle raccolte del British Museum, dove ancora oggi è conservata.

Della seconda coppa abbiamo notizia fino al secolo scorso, allorché essa fu acquistata dal barone palermitano Lanza di Trabia, il quale ne pubblicò un disegno in un giornale del luogo. Da allora, la coppa rimasta in Sicilia è definitivamente scomparsa, forse rifusa e trasformata in oggetto da chiesa o gioiello.

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Nell’800 il centro di Sant’Angelo Muxaro era conosciuto perché da esso provenivano grandi masse di oggetti antichi, rinvenuti dagli abitanti del luogo nelle tombe che si aprivano sui fianchi della collina sulla cui sommità sorge il paese moderno; questi materiali erano venduti sul mercato di Agrigento o di Palermo, e arricchirono numerose collezioni private, alcune delle quali sono oggi confluite nei Musei Archeologici di quelle città.

La prima esplorazione sistematica di una di queste tombe fu effettuata da Angelo Mosso nel 1907. Il Mosso, illustre medico e fisiologo torinese, aveva concepito una passione per l’archeologia frequentando l’ambiente della Missione italiana di Creta, che in quegli anni esplorava il Palazzo di Festòs e rivelava la civiltà minoica; sull’onda di quell’entusiasmo, effettuò scavi anche in Sicilia, con la collaborazione di un soprastante cretese, Stavros Gialerakis. L’occasione per lo scavo gli fu fornita dalla scoperta casuale di una tomba a camera sulle pendici meridionali del colle di Sant’Angelo; egli arrivò a saccheggio già iniziato, ma riuscì ugualmente a recuperare una notevole quantità di ceramiche. L’importanza del centro non sfuggì allo scopritore della preistoria siciliana, Paolo Orsi; già dal 1901, infatti, egli pubblicò materiali provenienti da Sant’Angelo Muxaro, e sappiamo che per lungo tempo accarezzò l’idea di esplorare quella necropoli così come andava facendo per le altre grandi necropoli indigene siciliane, Pantalica, Cassibile, Monte Dessueri, Monte Finocchito. Lo attirava a Sant’Angelo anche il rinvenimento, ad opera di un abitante del luogo, di un pesante anello d’oro a castone ovoidale con la raffigurazione di una vacca che allatta il vitellino, che l’Orsi era riuscito ad assicurare al Museo di Siracusa. L’unicità del pezzo, il suo essere del tutto isolato nel quadro siciliano lo facevano però fortemente dubitare della sua autenticità. Il progetto dello scavo potè tuttavia realizzarsi solo negli ultimi anni della vita dello studioso, nel 1931 e 1932. Grazie alla collaborazione di Umberto Zanotti Bianco, e al supporto finanziario della benemerita Società Magna Grecia e del principe Rufo Ruffo della Scaletta, nella primaveradel 1931 l’anziano senatore Orsi, in compagnia di Zanotti e del Principe potè recarsi a Sant’Angelo e dedicare una campagna di scavi alla necropoli situata sull’aspra pendice meridionale del colle su cui sorge il paese moderno di Sant’Angelo. In poche settimane di scavo, Orsi e Zanotti Bianco esplorarono diciannove tombe a camera scavate nella roccia, ricche di corredi fittili e metallici. Le tombe esplorate si trovavano in due punti diversi delle pendici del colle: un gruppo di sei, quasi tutte del tipo a tholos, stava nella parte alta del colle, sullo stesso costone su cui si apre la grotta di Sant’Angelo; altre dodici, più piccole e del tipo a semplice grotticella artificiale, erano poste più in basso, lungo il percorso della “regia trazzera” che porta a Raffadali. Centinaia di vasi e oggetti di bronzo e ferro furono recuperati dall’Orsi nelle tombe della necropoli; particolarmente rilevante la scoperta della tomba V, nella quale, sopra il lettuccio funebre intagliato nella roccia, si rinvennero i resti di uno scheletro accompagnato da un corredo con vasi greci del V secolo a.C. necropoli_muxaro_N Il defunto, evidentemente un personaggio di alto rango, portava ancora al dito un anello d’oro dello stesso tipo di quello recuperato in precedenza, ma che portava raffigurato sul castone un lupo dalle fauci spalancate. I risultati dello scavo furono rapidamente pubblicati da Orsi in un breve articolo , che fino ad oggi è rimasto l’unica fonte di informazione sulla necropoli di Sant’Angelo Muxaro. In questo lavoro Orsi esprimeva un parere che avrebbe in seguito pesato non poco sull’interpretazione della necropoli di Sant’Angelo: e cioè che vi fosse una differenziazione cronologica fra le tombe del gruppo più basso, che a suo giudizio sarebbero state le più antiche, e le monumentali tholoi del costone alto, di cronologia più tarda. Queste idee di Orsi furono fatte proprie, in mancanza di una completa edizione scientifica dei materiali, da pressoché tutti gli studiosi che si sono occupati del sito: così per esempio L. Bernabò Brea, nel qualificare Sant’Angelo Muxaro come il centro eponimo delle culture indigene della Sicilia centro-meridionale nell’età del Ferro, riproponeva la divisione cronologica dei due gruppi tombali, datando le tombe più antiche al X-IX secolo e le più recenti all’VIII-V secolo a.C. La presenza, nelle tombe più antiche, di bronzi caratteristici dell’età di Pantalica Nord insieme a ceramiche assimilabili a quelle della facies orientale di Cassibile, lo induceva inoltre a presupporre un ‘ritardo culturale’ della Sicilia centro-meridionale rispetto a quella orientale. necropoli Una così bassa datazione delle tholoi, inoltre, portava con sé l’impossibilità di assegnare al centro qualsiasi ruolo nelle relazioni con l’ambiente miceneo; sulla base di queste considerazioni, un recente studio (1983) delle ceramiche di Sant’Angelo nel Museo di Palermo, pur ritenendo che in Sant’Angelo fosse da identificare Kamikos, negava qualsiasi verisimiglianza alla saga micenea, attribuendo al centro misere e tarde origini. Le ricerche a Sant’Angelo furono riprese nel 1976 dall’Istituto di Archeologia dell’Università di Catania, il quale, sotto la direzione di Giovanni Rizza, vi effettuò due campagne di scavo in collaborazione con la Soprintendenza alle Antichità di Agrigento. Le indagini si svolsero in direzioni diverse; fu innanzitutto presa in considerazione la necropoli, allo scopo di reperire elementi utili alla migliore comprensione degli scavi Orsi, dei quali nel frattempo si andava preparando la pubblicazione. Fu inoltre avviato un progetto di rilievo e studio di tutte le tombe a tholos, allo scopo di accertarne sulla base di dati obbiettivi l’esistenza o meno di un rapporto con le tholoi egee.Lo scavo nella necropoli consentì di individuare una sepoltura ancora intatta (Tomba A). Le deposizioni vi si trovarono disposte su tre strati sovrapposti, e restituirono abbondanti materiali ceramici e metallici paragonabili ai corredi delle tombe scavate da Orsi. Helianthus finale2 mod Significativa scoperta di queste campagne di scavo fu anche l’individuazione dell’insediamento, sul colle Castello qualche km ad est della necropoli, sede in età medievale ed araba di un fortilizio e dell’insediamento di nome Muxaro. Furono in quell’occasione aperte diverse trincee che consentirono di recuperare materiali e strutture che si dispongono fra l’età di Pantalica Nord e gli inizi del V secolo a.C. Esplorazioni condotte nel territorio con la collaborazione dell’ispettore onorario alle antichità di Sant’Angelo Muxaro prof. Ignazio Alessi dimostrarono la ricchezza di insediamenti delle pendici del colle Castello, dall’età preistorica alla tardo romana. La scoperta dell’insediamento del colle Castello, con materiali e strutture dell’età di Pantalica Nord, consentiva di cominciare a rimuovere una delle principali obiezioni che si opponevano alla possibilità di identificare Sant’Angelo Muxaro con Kamikos, e cioè la mancanza di testimonianze relative al periodo della tarda età del bronzo. Rimaneva però il problema della cronologia delle tholos, anche se lo studio architettonico compiuto su di esse da F. Tomasello ne poneva le caratteristiche costruttive in diretto rapporto con le tombe della media e tarda età del bronzo della Sicilia orientale, e consentiva di confrontarle con le similari tombe a tholos scavate nella roccia di ambiente miceneo del Peloponneso e delle isole Ionie. 02190016 La revisione dei corredi delle tombe Orsi ha consentito però di rivedere le posizioni orsiane, sino ad ora accettate piuttosto acriticamente, sulla cronologia dei due gruppi tombali: sono stati infatti individuati, in entrambi i gruppi, materiali che possono risalire all’età di Pantalica Nord, collocando l’escavazione di molte delle tholoi della necropoli al XIII-XII secolo a. C. La recente scoperta di una tomba con materiali bronzei di tipo egeo (bacili e spade) in Contrada Capreria, poche centinaia di metri a Nord della grande necropoli di Sant’Angelo, dimostra che già nella media età del bronzo il territorio era abitato da genti permeate di cultura egea; il riesame dell’architettura tombale e dei materiali della necropoli consentono di porre già nel periodo di Pantalica Nord l’evento che porta alla formazione del centro urbano localizzato sul Castello e l’escavazione delle prime sepolture nella necropoli, collocando questi eventi all’interno del periodo cronologico che vede la caduta delle cittadelle e la diaspora delle popolazioni della Grecia micenea.

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