In morte del jazz, in vita del jazz

Jazz 1Per chi è appassionato di jazz il 2014 è parso, senza esagerare, un anno di guerra. Praticamente ogni mese cadeva qualcuno da ricordare, da celebrare, da consegnare al mondo degli immortali. E non stiamo parlando di figure “minori”, di qualche scribacchino di jazz piuttosto che di qualche oscuro sassofonista da sbandierare come “chicca”, ma di autentici capiscuola, di personaggi seminali che hanno scritto, composto, suonato alcune tra le pagine più significative ed imprescindibili della storia ultra secolare del jazz. Come del resto anno solare vuole, anche questa particolare “spoon river” non si sottrae dal cominciare dal mese di gennaio, con la morte di Amiri Baraka, nome post-conversione all’Islam dello scrittore e attivista Everett LeRoi Jones, che del jazz è stato cantore “impegnato” e universalmente (ri)conosciuto per il suo “Il Popolo del Blues – Sociologia degli afroamericani attraverso il jazz” del 1963, con cui ha (ri)definito i canoni etico-estetici della società e della cultura afroamericana prima, cioè riferito alle “generazioni di neri nati in America che ancora conservano in misura notevole degli elementi africani puri”, e di quella nero-americana dopo, i cui esponenti “erediteranno tutta questa visione complessa, naturalmente con tutte le sfumature personali dettate dalle particolari condizioni di vita” partendo dunque da quella origine comune che si biforca in territorio americano.

Jazz 2La “signora con la falce” che ha il compito di mietere il campo del jazz non si ferma, ed il 18 giugno tocca al pianista Horace Silver passare a miglio vita. Dopo gli esordi dei primissimi anni ’50, segnati dal tributo pagato al genio di Bud Powell, e successivamente alla fondazione con Art Blakey di uno storico gruppo del filone hard bop come i Jazz Messengers, assieme ad altri come Clifford Brown e Benny Golson il pianista di origini capoverdiane svilupperà una personalissima via all’hard bop, di matrice più “cantabile” se non perfino esotica (“Tokio Blues” e “The Baghdad Blues”), che lungo il percorso ha visto affinare quel gusto che segnerà la cifra stilistica dei suoi brani, tra i quali anche “Song of my Father” e “Nica’s Dream” che diventeranno standard del jazz. Non passa neanche un mese dalla morte di Silver che altri due devono salutare questa terra: Charlie Haden, il primo dei due l’11 luglio, oltre ad essere stato alla corte di Ornette Coleman in quel passaggio epocale del jazz che ha portato al filone free agli inizi degli anni ’60, alla fine dello stesso decennio (1969) sarà ispiratore con la formazione ribattezzata Liberation Music Orchestra, che vedeva tra le sue fila gente come Gato Barbieri, Don Cherry, Carla Bley, di un disco-manifesto che tra un brano dedicato a Che Guevara e vecchi canti anti-franchisti della guerra civile spagnola (“El Quinto Regimiento” e “Viva La Quince Brigada”) farà da colonna sonora ad anni caldi e tumultuosi. Giorgio Gaslini, il secondo il 29 luglio, di quegli anni caldi e tumultuosi non solo trarrà energia e restituirà musica, ma ne darà anche lettura con il ruolo del musicista da ricollocare in quel contesto e in quella società, pubblicando nel 1975 per Feltrinelli “Musica Totale – Intuizioni, vita ed esperienze musicali nello spirito del ’68”.

Jazz 3In realtà prima ancora della morte di Haden a Gaslini, a soli 3 giorni dalla morte di Silver era morto un raffinato maestro del giornalismo jazz come Gian Mario Maletto. Per decenni storico collaboratore della rivista “Musica Jazz” ed autore-curatore dell’altrettanto storica rubrica “Carta Stampata”, ho voluto mettere in “coda temporale” il Maletto proprio perché Gaslini, nelle pagg. 73 e 74 del suo libro, riconsidera con lucido furore il ruolo di chi “pensa” la musica – e dunque di chi ne scrive -, con la figura del critico “militante” da affiancare ad una – all’epoca – nuova generazione di musicisti capace di emanciparsi anche in tal senso e di rivendicare una posizione nuova negli assetti della vita musicale: “La nostra generazione è giunta a capire che la musica non va abbandonata alla gestione della classe egemonica e neppure delle elite intellettuali e tanto meno va considerata come la stanza di sfogo delle nevrosi solitarie dell’artista. In altre parole: la musica e la gestione del fatto musicale così come sono non ci vanno bene. E neppure accettiamo l’istanza giovanile per la nascita di una mentalità “alternativa” al sistema; è un sintomo rilevante e molto indicativo dei tempi nuovi, ma non sufficiente a colmare il vuoto di unità che c’è oggi nella vita della musica. Proporsi come alternativa è già molto, ma implicitamente si riconosce il sistema come costante dell’azione. Se approfondiamo la questione e spingiamo più oltre lo sguardo sentiamo che oggi è tempo di avviare una nuova realtà creativa e quindi una nuova partecipazione unitaria alla musica. Per questo è indispensabile che si adottino anche nuovi metri critici. La figura del critico come esperto inviato in missione, staccato da qualsiasi spirito di partecipazione alla coralità musicale non ha più senso: esso recupera il proprio valore se chi “pensa” si affianca a chi “crea” la musica. Occorre un iter comune. Altrimenti è fatale che quella voce del critico nei casi migliori sia una “voce nel deserto” e negli altri casi proclami le esigenze di una classe o di un gruppo egemonico.”

Jazz 4Questo idealismo di Gaslini, nonostante i nobili intenti dai quali è animato, a distanza di quarant’anni risulta però essere sostanzialmente datato: alla fine della fiera, la superbia, certi rancori personali, la comunque difesa a prescindere e la gelosia per il proprio campo di azione, potrebbero prendere il sopravvento creando così inevitabili frizioni, se ciò che auspica Gaslini non è supportato da solidi criteri di forma, buona fede ed intelligenze equivalenti a confronto. Inoltre, per la parte dedicata alla presa di coscienza dei musicisti, vale lo stesso discorso: “In generale penso che un nuovo stile critico verrà adottato da parte della nuova generazione di musicisti nel senso che si perseguirà un uso costante e sereno delle facoltà critiche senza alcuna soggezioni verso fenomeni, persone, opere, cose, prassi varie, scuole, grandi nomi, operatori di cultura ecc. Tutto sarà visto senza timori reverenziali, nell’ottica di una rivoluzione culturale che tenderà a far proprie le cose buone e utili dell’esperienza e a lasciar cadere le altre. Questo criterio ci porterà presto a costruire un mosaico unitario, una nuova immagine della musica, verificata sulle reali esigenze storiche dell’uomo e della donna oggi. Tutte queste considerazioni ci consentono di tracciare intuitivamente un nuovo identikit di quello che possiamo chiamare il “musicista totale””.  Con l’arrivo dell’autunno altri due giganti ci salutano, come il trombettista KennyWheeler in settembre ed il pianista Renato Sellani a novembre, vero gentleman del jazz di casa nostra. E se avevamo iniziato con Baraka a gennaio, si conclude a dicembre con Buddy De Franco, considerato assieme al suo eterno amico-rivale Tony Scott il più grande clarinettista della storia del jazz. Ma se Scott è morto già da un po’ di anni (2007), il suo ricordo resta comunque vivido: prova ne è un bellissimo docu-film dal titolo “Io sono Tony Scott. Ovvero come l’Italia fece fuori il più grande clarinettista del jazz” a lui dedicato da Franco Maresco, che da “sicilianista” appassionato di jazz doveva necessariamente farlo. La Sicilia perché in realtà Tony Scott è il nome d’arte di Anthony Joseph Sciacca (“Ninuzzo bedduzzo”, dal vezzeggiativo con cui la nonna era solita chiamarlo), nato in America da genitori di Salemi ed in fine a Salemi sepolto.

Jazz 5Finisce qui? Il 2014 sì, ma in questi poco più di due mesi del 2015 la “signora” di prima non è che sia stata a guardare.  E dunque a febbraio Clark Terry, che con la sua tromba diede pregio a grandi orchestre di Count Basie e Duke Ellington, ed il primo marzo è stata la volta di Orrin Keepnews, vecchio patron della casa discografica Riverside. Ho voluto ricordare tutti questi grandi protagonisti che in poco più di un anno ci hanno lasciato proprio per ricordare Keepnews, colui che produsse il disco che mi cambiò la vita, e che era “Incredible Jazz Guitar” di Wes Montgomery. Farò riferimento alle circostanze ma per discrezione non ai nomi dei co-protagonisti, anche se magari se capiterà loro di leggere questo pezzo ci si riconosceranno: un po’ di anni fa, insieme ad un amico capitammo per vie traverse a casa di un appassionato di jazz. Una musica pressoché sconosciuta a me, a parte un cd ricevuto in reagalo per “caso” assieme al mio primo lettore cd; disco che solo dopo ho saputo essere di Herbie Hancock, perché per me era solo “jazz” e non mi curavo né di nomi né di titoli. Ebbene, quella grande parete piena di dischi jazz ci affascinava anche se non potevano dire di restare coinvolti, poiché ascoltavamo altra musica (che solo dopo, anche in questo, si è preso coscienza del fatto che alcune cose contenessero elementi jazz); finché non capitò questo cd di Wes Montgomery nello stereo, e sempre solo dopo ho saputo che a coinvolgermi era quel ritmo “alare” che Albert Heath otteneva con charleston e campana del piatto ride in “Airegin” di Sonny Rollins, che quella affascinante cupezza felpata di “Four on Six” era originata dagli accordi di Tommy Flanagan al pianoforte e dai fraseggi appunto di Montgomery alla chitarra e dell’altro fratello Heath, Percy, al contrabbasso. Caro Orrin non sarai dimenticato come gli altri, anche se nel 2016 si spera di non scrivere di un “corposo” 2015 in fatto di morti partendo proprio da te e da Terry.

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