Enzo D’Urso… uno che di Covid ne sa qualcosa!

La domenica mattina è dedicata al trastullo, al pigiama, alla preparazione del pranzo e naturalmente, anzi, più che mai… è dedicata a Facebook. Domenica scorsa, l’altro ieri, tra i commenti per le storie tragicomiche di “C’è posta per te” e le foto delle pizze e dei calzoni – da marzo 2020 fatti rigorosamente in casa – spunta come un fulmine a ciel sereno il post di Enzo D’Urso:

Non meravigliatevi se ci chiudono di nuovo!

Firmato #unochedicovidnesaqualcosa

È vero, penso, Enzo a dicembre ha avuto il Covid, me ne ero completamente dimenticata. E dire che (questo lo ricordo perché è stata la mia ultima uscita prima delle “feste in rosso”) il 23 dicembre ci eravamo incontrati e avevamo fatto una delle nostre belle chiacchierate tra serio e faceto, perché Enzo è uno che sorride anche quando parla di problemi. Enzo è quello che ha la battuta pronta per tutti e per tutto, che ha fatto dell’ironia, e soprattutto dell’autoironia, uno stile di vita, e questo lo accomuna a molti di noi amici (non solo su Facebook, perché adesso bisogna specificare in che modo si è amici, ahimé). E non vi nascondo che, per una serie di cose concatenate alla sua positività, quel racconto sul Covid ha fatto venite le lacrime agli occhi a me e ad un altro amico che era con noi, tanto da prendere un futile pretesto per far subito gli auguri di buone feste ed allontanarmi. Sì Enzo, ho abbandonato drasticamente la discussione per questo motivo.

Sarà che la pandemia ha fatto uscire il lato sensibile che c’è in ognuno di noi, sarà che si era sotto le feste (ma quali feste?), sarà che gli anni passano e portano a farti riflettere su quali siano i “veri” problemi della vita. Ora come ora è tutto un sarà… Il post di Enzo è stato commentato da molti nostri compaesani che lamentavano il fatto di come, la sera precedente, ossia sabato, ci fossero stati in giro vari assembramenti di giovani, incuranti di mantenere le distanze e di tenere la mascherina su bocca e naso. I giovani: stanchi, provati, reclusi nelle loro case, privati di uscite, feste, scampagnate e scuola in presenza, le lezioni in presenza sono riprese solo da qualche giorno e già si parla di richiudere gli istituti. Come dargli torto? Come non comprendere il loro disagio?

Ma, allo stesso tempo, come fargli capire che i loro comportamenti sprezzanti del pericolo, le loro bravate, le loro promiscuità mettono in pericolo l’intera comunità di Casteltermini? Come fargli capire che il Covid c’è, che è in mezzo a noi, che si insidia subdolamente nel nostro corpo? Ho pensato, Enzo è l’amico di tutti, forse a lui daranno ascolto. Ho chiesto quindi a Enzo D’Urso di raccontarci la sua esperienza, oltretutto Enzo lavora nel campo dei soccorsi, precisamente nella sicurezza antincendio dell’Elisoccorso di Caltanissetta, e ne vede di tutti i colori: “rossi, arancioni, gialli, rinforzati e alleggeriti…”

1) A dicembre sei stato colpito dal Coronavirus, quali sensazioni si provano nell’apprendere la notizia?

Sì, purtroppo, sì. Esattamente è stato a cavallo tra novembre e dicembre. Quando il personale dell’USCA (Unità Speciali di Continuità Assistenziale) – ne approfitto per ringraziarli pubblicamente per la loro competenza e la loro grande umanità – è venuto a casa per effettuare il tampone e sono risultato positivo ho avuto paura, perché pensi che nonostante tutto quello che senti non possa mai accadere a te. Poi ci fai l’abitudine, ma la paura rimane, specialmente se, come accaduto a me, si hanno dei sintomi evidenti.

2) Quali sintomatologie hai accusato e quali cure hai seguito?

Io ho avuto la febbre, seppur di breve entità, la momentanea perdita dell’olfatto e la tosse. Tutto apparentemente normale, se non fosse per il fatto che per passare da una stanza all’altra mi mancava l’aria, infatti la saturazione era bassa ed il medico ha dovuto procedere alla prescrizione dell’ossigenoterapia, seppur per precauzione, prima che potessi peggiorare (sapeste che brutta espressione ha fatto quando ha guardato il saturimetro!)

3) Hai avuto degli “strascichi” della malattia?

Gli strascichi rimangono, eccome! E non solo quelli fisici. La paura di ricominciare a vivere serenamente è tanta, hai quasi un blocco che non ti consente di ripartire, di ricominciare a fare quello che facevi prima e devi essere forte per superarlo. Io per fortuna ci sono riuscito. Giorni fa ad esempio sono ritornato alla corsa, ma sempre con le dovute cautele.

4) Sei papà e da papà ti chiedo di parlare ai figli di Casteltermini, ragazzi stanchi e stressati a cui si sta negando la libertà dei loro anni.

Io ho impiegato 20 giorni e 3 tamponi prima di negativizzarmi… 20 giorni di solitudine, 20 giorni e oltre, perché non puoi uscire subito se non vieni autorizzato, 20 giorni lontano da mio figlio che amo più della mia stessa vita, 20 giorni a vederlo solo in videochiamata, a trovarti a staccare perché non vuoi far vedere a tuo figlio le lacrime di amarezza e tristezza che ti avvolgono in quei momenti, 20 giorni dove sei veramente privato della tua libertà e dove ti lasciano le vettovaglie dietro la porta di casa. 20 giorni a guardare da lontano l’espressione dei tuoi cari che vorrebbero abbracciarti e darti una parola di conforto ma non possono. Io mi reputo fortunato perché ho una famiglia fantastica, zii che mi fanno da papà e cugini che sono come fratelli e sorelle. Ho vissuto la mia giovinezza negli anni ‘90 quando la nostra città era veramente ridente, quando le estati erano ESTATI, e capisco oggi il disagio dei giovani, se potessero vivere i miei anni per un solo giorno non vorrebbero tornare nel 2021.  Ma devono tenere duro, passerà.

5) Come faccio sempre con tutti ti chiedo di lanciare un messaggio per tutta Casteltermini.

Spero che questa mia esperienza che ho raccontato possa aiutare i giovani castelterminesi a riflettere. Amate i vostri nonni, amate i vostri genitori, ma soprattutto amate voi stessi. Per questo fate uso dei dispositivi di protezione, mantenete le distanze, perché vi assicuro che sembra lontano, ma in realtà il Covid può trovarsi dietro l’angolo.

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