RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO
Cosa macchia la nostra pelle?
23 marzo 2026, una data che non sarà solo statistica nei libri di storia, ma nella sostanza del dibattito pubblico. Il referendum di oggi non è stato solo una scelta su un tema specifico, quello della giustizia; ma è stato un test sulla maturità politica del Paese. E il risultato, piaccia o no, apre più problemi di quanti ne chiuda. Dico con fortissimo rammarico che l’Italia ha scelto, ancora una volta, di non muoversi. Ma ridurre tutto a immobilismo sarebbe troppo facile. Basta qualche minuto di silenzio per vedere quell’intreccio che conosciamo di paura, sfiducia, calcolo politico e, soprattutto, un diffuso falso moralismo che negli ultimi anni ha preso il posto del ragionamento.
Per me questo falso moralismo è il vero nodo, esso non è etica, non è responsabilità ma è una forma di autoassoluzione collettiva. Si difende ciò che appare giusto, senza entrare nel merito di ciò che funziona davvero. Si protegge un’idea di “bene” astratto, senza misurarne gli effetti concreti. È lo stesso meccanismo che ha dominato le campagne elettorali che gridavano a squarciagola non cosa migliorare, ma cosa “non si deve toccare!”.
E qui entra la questione della santa Costituzione italiana. Il dibattito l’ha trattata come un quadro da osservare da lontano, quasi sacro. La Costituzione contiene in sé un principio dinamico, non statico. Non è un testo chiuso, è un progetto aperto. L’articolo 138, che disciplina la revisione costituzionale, prova che i padri costituenti sapevano che il tempo cambia le condizioni e che le istituzioni devono adattarsi.
Pensarla come intoccabile significa tradirne lo spirito. Difenderla non vuol dire metterla sottovuoto o congelarla, ma mantenerla viva. E invece oggi è stata difesa come si difende un feticcio, non come si gestisce uno strumento politico.
Dentro questo clima si inserisce un dato che dovrebbe far riflettere più di tanti commenti. Secondo le analisi di YouTrend per Sky TG24, circa il 31% di chi ha votato “no” lo ha fatto principalmente per opporsi al governo, non per il contenuto del referendum. Questo dato cambia tutto. Significa che una parte significativa del voto non è stata espressione di giudizio sul merito, ma di reazione politica.
È un problema serio. Perché quando il voto diventa uno strumento per colpire qualcuno, come è stato fatto nel 2016, e non per scegliere qualcosa, la democrazia perde la precisione che la contraddistingue. Diventa più emotiva, meno razionale.
E questo apre un’altra questione, ancora più delicata. Nelle mani di chi finisce il voto? Quanto è realmente consapevole chi partecipa? Non si tratta di fare elitismo, ma di essere onesti. Esiste una grossa fetta di elettorato che vota senza conoscere davvero il contenuto su cui si esprime. Questo vale per cittadini italiani e, in alcuni casi, anche per una parte di popolazione di origine straniera integrata formalmente ma non sostanzialmente nel sistema civico.
Qui il tema dell’immigrazione va affrontato senza ipocrisia. Non è una questione di tifo da stadio con i “pro” o “contro”, ma di qualità dell’integrazione. Un sistema che estende diritti politici senza garantire un reale percorso di formazione civica crea un cortocircuito. Il voto diventa un gesto formale, non una scelta consapevole. E questo, nel lungo periodo, indebolisce tutti, non solo chi “subisce” quel voto.
Dire questo non significa negare diritti, ma pretendere responsabilità. Senza questa distinzione, si scivola ancora una volta nel falso moralismo e si difende un principio senza interrogarsi sulle sue conseguenze.
Anche alcune voci pubbliche, considerate autorevoli, hanno contribuito a questo clima ambiguo. Il procuratore capo della regione Campania Nicola Gratteri, ad esempio, insiste giustamente sul valore della legalità, ma molto spesso ha ridotto il discorso politico a una dimensione etica assoluta, dove il dubbio e il compromesso, che sono l’essenza della politica, nella gestione dei “membri laici”, sembrano ai suoi occhi sospetti. È una posizione comprensibile dal punto di vista di un magistrato che ha cambiato identità d’idea nel giro di qualche anno, ma problematica se diventa riferimento cardine per il dibattito pubblico.
In modo diverso, anche il divulgatore storico Alessandro Barbero offre analisi storiche raffinate e ammirevoli da ormai decenni, ma quando entra nel presente tende a semplificare dinamiche molto più complesse, spesso leggendo il passato come chiave interpretativa quasi totale del presente. Il rischio, anche qui, è quello di trasformare strumenti utili come la storia, la legalità in filtri rigidi che impediscono di vedere la complessità attuale.
Non si tratta di sminuire queste figure, ma di riconoscere che anche le voci apparentemente più autorevoli possono contribuire, volontariamente o involontariamente a una narrazione semplificata.
E allora torniamo al punto iniziale. Ha davvero vinto l’ignoranza? O questa è una risposta troppo facile?
Dire, come ho sentito in giro, che il Paese non merita la democrazia è una frase forte, ma fragile. Perché implica che esista un uso “corretto” della democrazia definito a priori; e questo è un paradosso. La democrazia include anche la possibilità di sbagliare. Il problema non è il risultato in sé, ma le condizioni che lo producono.
E qui il discorso deve alzarsi di livello, come farebbe Platone. Non basta criticare, dobbiamo chiederci: cosa serve davvero per migliorare? Serve pazienza.
Serve pazienza nel trovare sistema educativo che formi cittadini autonomi intellettualmente, non solo studenti abili a ripetere nozioni. Serve un tipo di giornalismo che spieghi, non che polarizzi il popolo in tifoserie da stadio. Serve pazienza per una politica che torni a costruire fiducia nel lungo periodo, invece di inseguire il consenso immediato. E serve, soprattutto, una classe dirigente capace di pensare oltre il breve termine.
Platone sosteneva che solo chi è in grado di conoscere il bene può guidare la città, e non perché superiore, ma perché formato a vedere oltre l’immediato. Oggi non si tratta di avere “filosofi al potere” in senso letterale, ma di recuperare quella esigenza nel ricercare competenza, profondità, responsabilità.
Senza questo, ogni referendum diventa un terreno di scontro emotivo e non una decisione riflessa di una scelta pensata.
Il voto di oggi non dimostra che l’Italia non vuole cambiare. Dimostra che non sappiamo camminare sulle nostre gambe senza “supporti”, non ancora. E finché questa distanza tra cambiamento e comprensione resterà così ampia, ogni tentativo di riforma continuerà a scontrarsi con lo stesso muro: la paura di ciò che non si è davvero capito.
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