Dal jazz politico di Charlie Haden al torero Corea

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La Spagna nel jazz non saranno solo episodi concettuali e continuativi come furono per un certo periodo quelli di Coltrane o di Iturralde. Ne fioriranno altri, unici nel loro genere, e che a posteriori si guadagneranno lo status di chicche sfiziose: un caso fra i tanti è la“Spanish Lady” del sassofonista John Handy, che al festival jazz di Monterey del 1965, con i suoi quasi venti minuti di pura energia torrenziale ispanica, regalerà una testimonianza tanto oscura quanto tra le più interessanti per quanto riguarda il felice connubio tra Spagna e jazz. Tuttavia, la concettualità, in forma diversa, stavolta supportata da istanze politiche, torna con l’esperienza della Liberation Music Orchestra del contrabbassista Charlie Haden con un album (del 1969) prevalentemente incentrato sulle vicende della guerra civile spagnola. Haden apre le note di copertina in modo molto coinvolto, parlando del perché dell’album facendo una panoramica del contesto storico, e spendendo sentite parole di omaggio ai volontari che partirono per la Spagna a difesa delle forze repubblicane contro le truppe di Franco, Hitler e Mussolini.

 sciasciaMi si permetta una variazione sul tema, poiché ho scritto tutta questa storia non tanto per una decisione a tavolino, quanto per il gusto di scrivere una, magari passata inosservata, parafrasi: non ricordo chi la disse e in riferimento a chi, ma una volta lessi una frase che suonava come “si farebbe ammazzare per poter dire una battuta”. Ecco, io ho “dovuto” scrivere questa breve storia perché non volevo rinunciare alla parafrasi di una frase di Leonardo Sciascia (“avevo la Spagna nel cuore”) declinandola ad un argomento a me congeniale, e dunque “avevo la Spagna nelle orecchie” come recita il titolo unico di ciascuno di questi quattro capitoli che questa storia l’hanno composta. Quindi devo a Leonardo Sciascia una citazione completa, che suggella lo spirito libertario di chi culturalmente stava dalla parte della repubblica (e sottolineo l’avverbio “culturalmente” perché ad esempio c’è chi era dalla parte della repubblica ma non culturalmente, come ad esempio gli stalinisti) che è un po’ come stare dalla parte del jazz: “Avevo sedici anni quando in Spagna esplose la guerra civile; ma non ne seppi niente, fin quando non partirono “i volontari”, i braccianti disoccupati del mio paese. Non poteva essere giusta una guerra in cui come “volontari” venivano cacciati i morti di fame: ci doveva essere qualcosa nell’Italia di Mussolini e nella Spagna di Franco, di ingiusto, di insensato, di indegno. E poi ecco, c’erano i preti, e che dicevano che Mussolini e Franco stavano dalla parte di Dio, mentre dall’altra parte, dalla parte della Repubblica c’erano Dos Passos e Chaplin”.

 9020_a20902Con il “pretesto” del recupero dei riferimenti alla guerra civile spagnola, l’album si fa contenitore di un po’ tutte le energie estetico-politiche contemporanee, sia dal punto di vista geopolitico che musicale: sono gli anni caldi del ’68, dei diritti civili in America, dei vari movimenti di liberazione nazionale sparsi per il mondo, dunque cose vive ed attualissime. La Spagna di Franco nel frattempo si avviava mestamente ai fisiologici titoli di coda, non prima di aver incontrato altre resistenze, come ad esempio da parte dell’Eta che nel 1973 farà saltare in aria l’ammiraglio Blanco, capo del governo franchista. Il disco si apre con un pezzo originale, “The Introduction”, scritto dalla pianista Carla Blay: con la sua evoluzione dalle venature spagnole e nostalgiche, e con il suo bandistico incedere a tempo di marcia, spiana la strada a “Song of the United Front”, brano dei lavoratori tedeschi resistenti al nazismo il cui testo in origine fu scritto da Bertolt Brecht. Ed è il preludio che porta al blocco spagnolo del disco, la lunga suite che contiene “El Quinto Regimento”, “Los Quartos Generales” e “Viva La Quince Brigada”. Da sottolineare come appunto “El Quinto Regimento” in questo caso diventa politica, mentre al tempo di Coltrane di “Venga Jaleo” e di Iturralde di “El Vito” era solo episodio musicale. La suite fotografa perfettamente la sintesi fra tradizione spagnola e nuovi linguaggi free jazz, filone che in quegli anni fungerà da terminale politico. Ma non solo per quanto riguarda l’impianto strutturale dei musicisti coinvolti (superba la prova di Gato Barbieri al sassofono), ma anche grazie ad intermezzi delle canzoni originali, quindi registrazione d’epoca risalenti agli anni della guerra civile, che ne rievocheranno l’epopea creando una fusione che dal punto di vista narrativo risulterà molto interessante.

 Chick_Corea_-_My_Spanish_Heart_single_versionSono anche anni in cui Miles Davis (da “Kind of Blue” erano passati solo una decina d’anni eppure sembrava un secolo) aveva il suo bel da fare con il jazz-rock da egli plasmato. E alla sua corte, tra i tanti che dopo spiccheranno il volo, c’era Chick Corea. Corea negli anni ’70 diventerà uno degli esponenti di punta della fusion, sotto-genere che del jazz-rock è fratello. A capo dei Return to Forever, uno dei gruppi più interessanti della scena, sarà artefice di due gioielli della nuova musica spagnola reinventata in ambito jazz: “Spain”, con l’introduzione di un frammento dell’adagio di Rodrigo (di cui abbiamo parlato in un capitolo precedente) e “La Fiesta”, frizzante cavalcata che in una versione vedrà anche il sassofono di Stan Getz sfoggiare una linea melodica irresistibile. Parallelamente, in fase solistica licenzierà “My Spanish Heart” (in cui vi è la splendida suite “My Spanish Fantasy” con Corea in piano solo), che già dal titolo e dalla copertina, che vede lo stesso Corea bardato di tutto punto con vestito tradizionale in una curiosa posa da torero, sarà un’ulteriore testimonianza di come la Spagna è sempre stata per il jazz, e sempre lo sarà, fonte inesauribile di ispirazione e suggestioni.

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Vorrei in fine dedicare questo capitolo conclusivo ad uno scrittore, la cui notizia della morte è arrivata a nemmeno un’ora dal fine scrittura del pezzo: Eduardo Galeano. Proprio il pezzo finale in cui si parla di dittature, resistenze, cultura, cioè elementi fondativi della sua poetica di vita e della prosa della sua scrittura. Appartenente a quella generazione di scrittori sudamericani cantori di terra e libertà, venne privato della terra con l’esilio (costretto dal colpo di stato nel suo Uruguay a fuggire  prima in Argentina, e in un secondo momento, quando anche l’Argentina venne soggiogata dai militari, riparando in Spagna) ma non per questo della libertà della denuncia. Come altri scrittori sudamericani, citando Osvaldo Soriano per tutti, fu appassionato di calcio. Proprio pochi giorni fa, sul quotidiano il manifesto è apparso un articolo a firma Pasquale Coccia dal titolo “Gramsci, il calcio e lo scopone”, e che si chiudeva con questo curioso aneddoto: “Dopo la Liberazione, Palmiro Togliatti ogni lunedì chiedeva al vicesegretario del Pci, Pietro Secchia, che cosa avesse fatto la Juve il giorno prima, e Secchia che si era formato alla ferrea scuola del Pci e mai si era interessato di calcio, spiazzato dalla richiesta del segretario assumeva un’espressione interrogativa, in quel preciso momento Palmiro Togliatti gli diceva con aria bonaria: «Vuoi fare la rivoluzione senza sapere i risultati delle partite di calcio?>>”. Tra il pensare solo con la testa ed usare i piedi senza pensare, è sempre più opportuno pensare con i piedi.

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