Quant’è difficile guardarsi negli occhi… meglio Facebook!

“Temo il giorno in cui la tecnologia andrà oltre la nostra umanità: il mondo sarà popolato allora da una generazione di idioti”

(Albert Einstein)

albert-einstein-messenger-portrait05 08 2014, (SikeliaNews) – Mai frase più azzeccata per descrivere il tempo in cui stiamo vivendo. Mi capita spesso di fare riflessioni sul come siamo, sul perché ci comportiamo in determinati modi, sui cambiamenti che accettiamo e, troppo spesso, assimiliamo senza mai porci delle domande. Così mi sono ritrovato (e sono certo di non essere stato l’unico) a riflettere su quanto sia cambiato il modo di approcciarci alla vita. Quando Einstein parla di umanità non si riferisce al genere umano, è più che evidente. L’umanità è quel sentimento che media tra la razionalità e l’istinto, è quel saper discernere il bene dal male, è quella sensazione che si prova quando si incrociano gli occhi di una persona, quando si riceve una carezza, quando si vede un bambino dilaniato dalla fame. Quella è l’umanità che intende Einstein.

Siamo certi di possedere ancora abbastanza umanità tanto da definirci esseri umani?

Verso l’infinito e oltre

La tecnologia fa passi da giganti: ogni giorno nuove scoperte, nuove invenzioni. Il mondo è invaso da tecnologie di ogni tipo e l’uomo ne è sempre più dipendente. Finché ciò migliora la vita, la cosa non dispiace… anzi! Ma se il progresso tecnologico inizia ad atrofizzare le nostre menti, rendendoci sempre più schiavi di un sistema che tutto è, fuorché umano… allora inizio a preoccuparmi.

Dove voglio arrivare?

Una parola su tutte. Social.

Video-pc-e-poco-allaria-aperta1Un’altra parola? Smartphone. L’esagerata dipendenza dai social (ormai ritenuta patologia da diversi scienziati e studiosi internazionali) sta riducendo, paradossalmente, le capacità sociali e comunicative degli esseri umani, spingendoci a condizioni estreme difficilmente ipotizzabili non più di vent’anni fa. L’animale umano, sappiamo bene, si adatta ad ogni circostanza, in modo a dir poco sorprendente. Non abbiamo fatto fatica a sostituire lo sguardo con una emoticon, la vicinanza con un messaggio, il ridere di gusto con un “ahahah”, la gelosia con un “accesso effettuato alle…”. Parlare diventa più complicato, meglio scrivere. Così abbiamo perso gran parte delle capacità relazionali, non riuscendo più guardare una persona e dire quel che pensiamo.

Ma voglio andarci giù pesante.

L’uso spropositato dei Social (Facebook e Whatsapp in primis) non solo riduce le capacità relazionali, ma abbassa l’autostima (che inizia a basarsi sui like, sulle “amicizie” e sui followers), aumenta il senso di apatia, riduce le capacità creative, favorisce le depressioni e gli istinti suicidi (non sto esagerando, fate una ricerca su internet se volete, soprattutto sul “mondo” Tumblr) e crea distorsioni della realtà, portando gli utenti a non distinguere più il virtuale dal reale fino al punto di credere che le due cose si intreccino quasi fino a fondersi in un’unica surreale realtà. La verità è che tutto ciò ci porta all’isolamento. La realtà non può prescindere dal mondo virtuale. Sono due rette che non si devono toccare. Quante liti avvengono perché uno interpreta una frase scritta in chat in un modo piuttosto che un altro? Questo è solo un banale esempio di come i social debbano rimanere un solo momento di svago. Ricordo che “to chat” è un verbo inglese che significa chiacchierare, che in italiano significa “parlare a lungo, di cose futili e oziosamente (fonte Treccani)”.

La nostra vita alla portata di tutti.

“Facciamo una foto per Facebook”: quante volte l’abbiamo detto o sentito dire? Bene. Oggi tutta la nostra vita è alla portata di tutti. Basta un attimo a sapere dove siamo, che facciamo, che pensiamo. E’ facile capire i gusti delle persone, saperne i dettagli sentimentali, la data di nascita e, spesso, anche il numero di telefono e l’indirizzo di casa. Per non parlare delle foto “osé” che ormai mr_63310ddc3baa2dspopolano sui social. Questo, riflettendoci, potrebbe essere l’intreccio narrativo di un film di fantascienza in cui tutti siamo tenuti sotto controllo da personaggi loschi. Chi sono i personaggi loschi? Tutto il resto del mondo. Compresi pedofili, criminali e delinquenti di ogni sorta.

L’amore nell’era di Internet.

I rapporti sentimentali, probabilmente, sono i più toccati. Gente che si innamora di altra gente mai vista, gente che basa il proprio rapporto sulle supposizioni, sulla costanza dei messaggini, sul controllo ossessivo di orari, accessi, durata dei periodi in cui il nostro interlocutore è “online”, sulla bellezza della foto profilo (spesso filtrata, editata, sovraesposta per ridurre al minimo la presenza di “difetti fisici”). E’ triste, è veramente molto triste che i sentimenti si trasformino in bit, variabili, protocolli, loop e funzioni. I sentimenti andrebbero vissuti face-to-face, piuttosto che da dietro lo schermo, seppur dai colori strabilianti, di uno smartphone.

Ritorno alla realtà.

ok-occhi-per-blogPer quanto la tecnologia, i social, i software di instant messagging migliorino le modalità di comunicazione, abbattendo i limiti della distanza, non potranno mai sostituire il contatto umano. I feromoni non possono essere trasmessi, come non possono essere trasmessi (non ancora) gli odori, le vibrazioni del corpo, il calore umano, gli sguardi, i respiri. Scommetto che pochi uomini riescono a capire lo stato d’animo di una persona solamente percependo il lieve movimento della clavicola dettata da un respiro più o meno pesante. Una volta ci riuscivano in tanti. E adesso? Cosa siamo diventati? Dei robot? Degli androidi? Forse in parte. Di certo siamo più deboli, fisicamente e mentalmente. Sconosciamo l’uso del nostro corpo, ci lamentiamo per ogni cosa, disperdiamo energie senza motivi validi. Siamo egoisti, finti, costruiti, perché solo così si spopola sul web. Non riconosciamo più i nostri limiti, non studiamo per migliorare noi stessi e le cose che facciamo, non conosciamo più il sacrificio, la conquista meritata delle cose. Tutti imputabile ai social? No. Ma in gran parte… direi di sì.

In tutto questo: io che cosa ho fatto? Ho disabilitato la possibilità di vedere gli ultimi accessi su WhatsApp, niente più ansie. Ho impostato rigorosi parametri di privacy su Facebook. Evito di pubblicare ogni foto che scatto o ogni cosa che penso (e chi mi conosce sa che penso tanto, fin troppo), non tanto perché sia sbagliato farlo, ma perché chi vuole sapere qualcosa di me, chi vuole conoscermi, deve farlo nella mia vita, non su un profilo virtuale. Cerco di passare più tempo possibile fuori, all’aria aperta, facendo sport, chiacchierando e discutendo con amici veri, inventando progetti interessanti, bevendo un the in buona compagnia. Mi dedico al Teatro e a tutto ciò che ruota attorno ad esso (il Teatro amplifica le sensazioni, aiuta a ritrovare se stessi, a migliorare i rapporti con le persone, a provare empatia – che stiamo dimenticando pure cosa sia). Lascio il telefono a casa, o lo spengo, per diverse ore al giorno. Piccole cose, ma che tutti possono fare. Nulla di eccezionale, ma noto, sicuramente, miglioramenti netti nella mia vita.

asdasdasTorniamo alla realtà, nelle piccole cose. Mangiamo un gelato guardandoci negli occhi, posando quegli stupidi telefonini (oops, scusate… smartphone) che ci stanno rincretinendo. Io amo la tecnologia, amo la scienza, amo tutto ciò che è progresso. Ma amo soprattutto l’essere umano, che è animale, che è sociale, che è vivo, che prova sentimenti, che ragiona, che si supera, che apre la propria mente a scenari inimmaginabili. Torniamo ad essere umani, ritroviamo l’umanità. Oppure daremo ragione, ancora una volta, a quel geniale e pazzo di Einstein: la Terrà sarà popolata da una generazione di idioti.

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